• Il Paese intero

    è nel dominio della confusione più totale. Leggere all’estero i giornali italiani – che pure navigano nell’incredibilità e nell’ipocrisia – non rende adeguatamente l’idea di quale sia il nostro Paese visto da vicino. E’ significativa una testimonianza appena ascoltata.
    Un cittadino italiano nativo argentino con studi svolti a Londra, ma intriso di racconti nostalgici sull’Italia, visita il nostro Paese. Egli immagina di trovare a Roma un’altra Londra – dove ha vissuto a lungo – o forse di meglio. Il primo campanello d’allarme è a Fiumicino quando, rivolgendosi a una hostess di compagnia automobilistica, chiede informazioni sulle partenze degli autobus di una diversa azienda: “non do informazioni sulla concorrenza”, è la fredda risposta. Poi il giovane si reca al box della biglietteria e, prima di pagare, si informa se il bus che avrebbe preso fosse quello presente davanti agli occhi di tutti; la risposta è: “non lo so, io vendo solo il biglietto”. La verità è che il bus in partenza davanti a tutti non fa parte della compagnia per la quale il giovane stava comprando il biglietto, il cui mezzo sarebbe partito un’ora più tardi. Questo è il primo approccio di un turista argentino giunto in Italia dopo i suoi studi svolti in Inghilterra. La prima riflessione del giovane non è dedicata alla criminalità della quale tanto aveva letto sui giornali, ma alla tanto decantata gentilezza e senso dell’accoglienza, delle quali molto aveva sentito parlare in famiglia.

    Il bigliettino da visita per chi entra in Italia è sempre qualcosa del genere. Se si viaggia in automobile, è inutile dilungarsi su una pratica della quale all’estero sono tutti al corrente: “viaggiare in Italia è sempre un rischio; è estremamente pericoloso, a volte delinquenziale!”. In Italia chi guida un’automobile non ha rispetto per gli altri perché è rimasto alla concezione medioevale del primato. Ecco passare da una corsia all’altra senza ritegno, fare la gimkana, mandarsi a quel paese, investire qualcuno; sono pratiche quotidiane che in Italia hanno convinto il legislatore a introdurre il c.d. “omicidio stradale”.

    Poi si cerca di capire meglio il Paese e dovunque si arrivi ci si imbatte con il solito profugo che cerca l’elemosina, vuole vendere qualcosa e pulire il parabrezza; pratica non consentita in alcun Paese europeo.

    Accendere la tv significa acquisire informazioni su fatti squallidi che sono unici in Italia, come le storie di violenza verso le donne o di bullismo o abusi su minori e disabili. Un chirurgo che spezza il femore di un’anziana donna per esercitarsi e poi riattaccarlo in una struttura privata – per guadagnare dei soldi e lucrare sulle protesi – è notizia agghiacciante e comportamento che denota disprezzo per la deontologia professionale e pratica impensabile all’estero. Anche se questa notizia dovrebbe essere confermata in un processo, i casi di criminalità sanitaria misti a corruzione, truffa e lesioni sono all’ordine del giorno. In politica ci si esercita a inventare partiti allo scopo di consolidare il proprio egoismo e i privilegi e si assiste a scontri in continuum fra partiti; è fresca la notizia che a settembre ci saranno nuovi vitalizi per i deputati che tutti noi pagheremo fino alle prossime generazioni. Insomma, viviamo in un Paese la cui linea della fiducia è inesistente e in cui tutti sono ormai contro tutti e diffidenti verso tutti. D’altra parte, si incontrano anche dei giovani non protetti dalla classe politica – ma molto preparati e non disposti a cedere alle lusinghe della criminalità da colletti bianchi – pronti a emigrare all’estero, sicuri di misurarsi ad armi pari con i colleghi stranieri e sicuri di crescere nella carriera.

    Un Paese tra “competenza e finzione” è il concetto che meglio si possa attribuire all’Italia. La riprova la si ottiene facendo una visita in libreria. Qui si incontrano autori che scrivono uno o due o tre libri all’anno, roba da non credere ma è così. Cosa si possa scrivere, che ricerca si possa fare e che saggi si possano offrire ai lettori-massa e a studenti solo dio lo sa. I rapporti con la stampa sono talmente ingarbugliati e confusi, per cui appare che ogni libro pubblicato sia quello che mancava alla conoscenza; in realtà, nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di libri destinati ad alimentare la sagra delle banalità scontate. La latenza di tutto questo ha come obiettivo finale l’esposizione sotto i riflettori allo scopo di acquisire credibilità mediatica e politica e ottenere successo per aver scritto il nulla. Basta essere un po’ furbi e in Italia ogni obiettivo è consentito.
    Se ci si avvicina al settore dedicato al caso Moro ci sarebbe da sorridere, anche perché la mafia, che è considerata presente dappertutto, dopo 39 anni fa comodo a chiunque incolparla anche di questo reato e chiudere definitivamente il dibattito. Italia, in bilico fra competenza e finzione. Confusione.

    Rocco Turi, Budapest