• Mafiaturismo.

    Nei telegiornali di qualche giorno fa è apparsa la notizia che, da alcuni mesi, il figlio di un capomafia incontra settimanalmente un gruppo di turisti americani, in viaggio in Sicilia.

    Partecipano a questi viaggi soprattutto i professionisti, gli intellettuali e gli studiosi. Si tratta di iniziativa di un’agenzia turistica statunitense che sta avendo un grande successo. Ai partecipanti al viaggio viene fatta un’introduzione sulla storia della mafia e successivamente interviene il figlio del capomafia, che – a quanto pare – essendo un ragazzo colto e conosce le lingue, racconta della sua vita in famiglia, risponde a domande dirette, aiuta i turisti a capire il concetto di comportamento mafioso. L’incontro risulta stimolante per tutti e assume sempre il ruolo di ottima iniziativa e redditizia promozione turistica.

    Non poteva mancare la reazione scandalosa provinciale di chi non approva, che la tv ha immediatamente ripreso. La verità è che gli italiani vivono per apparire in tv e questa è stata una nuova occasione per guadagnare un ulteriore primo piano, piuttosto che riflettere sull’importanza dell’iniziativa turistica e culturale.

    La mafia è conosciuta e studiata nel mondo, anche per merito di certi film italiani. Non si capisce perché un tour operator non debba prendere un’iniziativa finalizzata al business sulla mafia nei luoghi dove anche i film furono realizzati.

    Negli anni dei sequestri di persona, insieme al mio maestro di sociologia – il geniale e compianto Prof. Francesco Maria Battisti – facevamo lunghissime passeggiate serali, discutendo dei problemi sociali più disparati; proprio in quei momenti creativi gettavamo, a volte, le basi per i nostri comuni progetti. Uno di questi progetti – di cui Francesco M. Battisti ebbe l’idea, a cui è necessario dare atto – era dedicato al turismo culturale mafioso in Calabria. La sua visione utopica era di costruire un architettonico museo della ‘ndranghita in uno dei paesi calabresi più rappresentativi dei sequestri di persona, dove si potessero creare grandi installazioni-ricostruzioni fedelissime, a grandezza naturale, delle prigioni. Lavorammo per quel progetto alcuni mesi, addirittura doveva essere ricostruito anche l’anfratto in cui il sequestrato deponeva segretamente le cicche delle sue sigarette per poterne, eventualmente, riconoscere il luogo dopo la sua liberazione. Preparammo numerosi schizzi e disegni esplicativi in tutti i dettagli e il progetto di un testo che doveva servire per acculturare i visitatori. Tutto doveva essere fatto utilizzando le competenze professionali più elevate e vi sarebbe stata anche la partecipazione dei sequestrati, i quali avrebbero raccontato la loro esperienza a visitatori e studiosi. L’iniziativa doveva essere finalizzata a un turismo colto, proprio ciò che ora è stato fatto in Sicilia. Il nostro progetto fu inviato alla Regione Calabria, ma di esso non si è avuto mai risposta.

    Rinunciammo a quel progetto, salvo utilizzare una piccola parte di quella documentazione e di quelle riflessioni d’epoca per elaborare articoli, pubblicati negli anni successivi, che dimostrano la primogenitura dell’idea. Inoltre, una delle persone sequestrate fu invitata a raccontare la sua esperienza e a rispondere agli studenti nel corso delle mie lezioni di “Sociologia e psicologia della devianza”. Fu la prima iniziativa di partecipazione di un sequestrato a una lezione universitaria, la quale doveva dimostrare l’efficacia scientifica dell’iniziativa turistico culturale.

    Gli anni bui della ‘ndranghita potrebbero essere utilizzati in Calabria come volano di sviluppo turistico dalle grandi prospettive. Sarebbe solo necessario avvalersi delle competenze e delle professionalità che alla tematica si sono dedicate in anni non sospetti. Impossibile che ciò accada. In Calabria.

    Rocco Turi