• La Grecia

    verrà salvata perché non conviene affossarla, come vorrebbe la Germania, a meno che Angela Merkel non sia capace di ricattare politicamente tutti i suoi partner. In tal caso sarebbe una forma di interesse privato in questione politica; lei sa bene che alleggerendo la morsa sulla Grecia, anche la sua forza interna al Bundestag subirebbe conseguenze non trascurabili. Tuttavia, è noto che in Germania c’è una corrente di pensiero per la quale anche se la voracità dell’economia locale si attenuasse, per i tedeschi il risultato non sarebbe diverso dalla situazione presente e ci sarebbero gli spazi utili a favore della Grecia. Allora, affidarsi ad Angela Merkel è una perdita di tempo – come è accaduto negli ultimi quattro mesi – perché nella sua indole è evidente solo una voracità finalizzata a fare della Germania ciò che la guerra non ha dato al suo Paese. Non a caso, proprio i suoi incontri con Hollande evocano una grandeur transnazionale e situazioni di leadership storica mancata. Quella di Angela Merkel è frustrazione per la mancata leadership storica della Germania e desiderio di prestazioni personali allo scopo di superare i suoi predecessori (fra i quali Konrad Adenauer, Willy Brandt, Helmut Kohl) che non sono riusciti a fare della Germania il Paese-guida dell’Europa anche sul piano politico.

    L’Italia, succube della Germania, non riuscirà a compiere un passo per svincolarsi dall’abbraccio, evidentemente. Su input della Germania, l’Italia viene sempre tenuta sulla graticola con annunci da carota e bastone e non è capace di assumere alcuna iniziativa; una volta si dice che il Paese cresce, un’altra che cresce meno, in altra occasione il Paese sarebbe in ripresa, ma si tratterebbe di “ripresa fragile”: tutte locuzioni che servono a tenerci al guinzaglio tedesco.
    Piuttosto, Jean Claude Junker sarà costretto dagli eventi a trovare la quadra all’interno di quello spazio di voracità – cara alla Merkel – per la quale, modificando i termini, il risultato non cambierebbe e la Grecia riceverebbe il nuovo rifinanziamento con l’accordo di tutti gli altri Paesi. A patto, naturalmente, che Alexis Tsipras offra le garanzie richieste sulla base di ciò che un piccolo Paese come la Grecia possa dare.

    Dopo questa breve nota, è implicito – ma si può essere ancora più didascalici – che non sia vero che la responsabilità di “quattro mesi perduti” sia da attribuire alla Grecia: è esattamente il contrario. Tutti hanno insistito con le loro posizioni stantìe immaginando di affrontare un secondo caso Italia. In diplomazia, i negoziati non finiscono mai e se in questo caso Tsipras ha indetto il referendum è stato proprio perché ha capito che tutti i partner europei erano rimasti succubi della Merkel, che dimostra sempre più un grosso problema privato in questione politica tedesca.

    Con il referendum, Tsipras e Varoufakis hanno raggiunto un grande risultato; è una piccola goccia nel mare che darà i suoi frutti, anche se tutti i partner vedono – evidentemente – con superficialità i risultati del “no” che li fa tremare.

    E’ tattica.

    Se con i “si” la Grecia sarebbe stata ugualmente salvata, con il “no” l’Unione Europea dovrà fare ammenda e buon sangue a cattivo gioco.

    Non si può essere succubi di qualcuno che teme per la sua popolarità interna al proprio Paese e a tal fine costruire teorie che calpestano la politica dei più poveri. Proprio oggi, nel suo viaggio apostolico in sud America, Papa Francesco ha detto che “l’individualismo ci pone l’uno contro l’altro”.
    Bene ha fatto Tsipras e questo risultato convincerà anche i tedeschi a compiere un passo, anche se a malincuore e restando pubblicamente e dialetticamente sulle proprie posizioni di intransigenza. Anche oggi sui giornali si scrive: “L’Europa dà cinque giorni alla Grecia”.

    Se allora tutti sapevano che la Grecia non poteva e non può uscire dall’euro, questa manfrina – durata quattro mesi e due giorni d.r. – che tende a peggiorare la situazione di tutti, si può attribuire non solo alla Germania ma anche alla Bce e Fondo Monetario che evidentemente curano gli interessi dei più forti.
    Non è quindi una questione di soldi da restituire e di disimpegno della Grecia. E’ necessaria una politica europea in nome della solidarietà. Tsipras lo sa e osa l’inosabile.

    Rocco Turi