• La grave negligenza di Dolce & Gabbana

    Sul Corriere della Sera Moda/News online, ho letto un commento di Danilo Taino in difesa di Dolce & Gabbana – per la querelle con la Cina – che non si leggerebbe sul più provinciale dei giornaletti. Non ha senso commentarlo perché l’autore ha bypassato del tutto la notizia andando oltre, per dedicare la sua attenzione alla reazione dei cinesi verso gli stilisti, con il titolo “Dolce & Gabbana, Pechino e le ‘punizioni’ commerciali”. Capisco, inoltre, perché pochissimi giornali cartacei vi abbiano dedicato solo un box con l’anticipazione della notizia – che rimanda a una pagina interna – e che qualche giornale regionale si sia spinto a trattare il caso in una sezione della prima pagina. Le televisioni? Neppure parlarne. Si sa come vanno queste cose, più si è ”grandi”, più si riceve pubblicità che si riverbera sulla libertà di stampa.
    Se si esclude Danilo Taino, che ha steso un velo pietoso sulla diatriba fra Dolce & Gabbana e i cinesi e nulla si capisce (anzi, si comprende molto bene dove si andava a parare) gli altri giornali si sono limitati a indicare lo “scandalo” cinese di Dolce & Gabbana come pubblicità sessista. Su questo non ci sono dubbi perché, come “pochi” sanno, in uno dei manifesti pubblicitari è rappresentata una donna cinese con un cannolo siciliano e la didascalia “è troppo grande per te?”.

    Non è solo una questione di becero sessismo che permea la mentalità degli italiani.

    Il peccato originale degli italiani è di sentirsi “i migliori”, sempre.

    Gli italiani credono di non doversi confrontare con gli altri popoli e quando arrivano si dicono certi di dettare legge. Tutti ricordano il magistrato che desiderava esportare all’estero qualcosa della sua attività e il giornalista che voleva esportare in Polonia l’attività sindacale così come svolta in Italia. Quarant’anni di esperienza all’estero mi hanno insegnato a conoscere gli italiani per evitarli, sono eccentrici, desiderano mettersi in mostra, sono insopportabili, ”ma sotto il vestito poco o niente”. Il riferimento è agli intellettuali.
    Potrei suggerire il comportamento di noti soggetti italiani invitati ai più disparati convegni che creano problemi di ogni tipo, dalla finestra chiusa che la vogliono aperta alla finestra aperta che debba essere chiusa; dalle critiche sull’organizzazione che in Italia sarebbe migliore al cibo “schifoso”; dai relatori considerati “banali” ai libri altrui esaminati con sufficienza; salvo raccogliere avidamente abstracts e ogni tipo di pubblicazione – compreso i libri esaminati con sufficienza – richiedere “photo opportunity” per pubblicizzare, al ritorno, il proprio viaggio “culturale” all’estero. Consta che tali soggetti usino in Italia il materiale acquisito in altre lingue per tradurlo e farlo proprio. Pochissimi italiani partecipano a convegni internazionali con parte attiva.

    Quarant’anni di esperienza all’estero mi hanno insegnato (tranne poche eccezioni) che gli italiani arrivano all’estero già “imparati” e hanno l’aria per la quale, dovunque si trovino, possono solo insegnare e mai apprendere.

    L’esibizione di Dolce & Gabbana in Cina, giustamente annullata, è stata qualcosa del genere. Senza conoscere il popolo cinese, l’ambaradan degli stilisti non ha avuto rispetto della cultura locale e ha organizzato l’esibizione come se fosse a Milano o in qualsiasi paesino dell’entroterra siciliano, dove la battuta sul cannolo grande per la bocca della modella avrebbe fatto sorridere e ghignare il pubblico interamente maschilista. All’estero, compreso la Cina, non c’è un pubblico maschilista, né sessista che ghigna, ma si indigna e ha grande rispetto per la donna.

    Post scriptum: le scuse in video di Dolce & Gabbana alla Cina e ai cinesi si possono commentare come la rappresentazione di una “toppa peggiore del buco”.

    Rocco Turi, da Varsavia