• Giuseppe Borgia

    rimane ancora oggi uno dei Grand Commis di Stato più autorevoli e più influenti della storia della Repubblica, la Prima ma anche la Seconda; un uomo semplice, schivo e riservato della Pubblica Amministrazione del nostro Paese, la cui poliedrica storia personale viene raccontata in un libro – che sta per uscire – del giornalista Pino Nano, Capo Redattore Centrale Agenzia Nazionale della Rai.

    Ho avuto il privilegio di leggere il libro in anteprima e in questo blog desidero soffermarmi sulla parte dedicata a Giulio Andreotti, un personaggio con cui Borgia è stato in contatto professionale e in amicizia e lo definisce “il più grande leader politico” del suo tempo. Del Presidente Andreotti, Borgia ne descrive il carattere, racconta aneddoti comuni e rivela le abitudini. Andreotti era una persona giusta, incontrava chiunque volesse farlo e trattava ognuno col medesimo rispetto, siano essi i contadini del frusinate o l’Ambasciatore statunitense Maxwell Rabb: “A ognuno dei suoi interlocutori dedicava non più di quindici minuti per volta”. Riguardo alla terribile vicenda giudiziaria che aveva coinvolto l’ex Presidente del Consiglio, Borgia spiega “che la storia dei prossimi anni restituirà e ridarà per intero ad Andreotti tutto il suo valore e il suo carisma istituzionale. Ormai in tutto il mondo solo in pochi credono ancora alla storia del bacio dato a Totò Riina, anche se spesso e volentieri, devo riconoscere, attorno al Presidente si muovevano personaggi poco trasparenti”.

    La questione Andreotti pone sul tavolo uno dei più significativi oggetti di approfondimento sul quale i lettori di questo libro – soprattutto gli amici o i colleghi o gli ex collaboratori di Borgia che lo leggeranno – potrebbero aggiungere molti elementi di conoscenza inediti, se lo volessero.

    Tuttavia, sull’opinione di Borgia circa l’operato di Andreotti, nell’occasione vorrei dare un contributo diretto e personale, anche per sottolineare che nel caso – intorno al Presidente – si fossero mossi “personaggi poco trasparenti”, non certo furono questi all’origine del suo processo.

    Incontrai Giulio Andreotti il 12 febbraio 1996 perché non ritenevo che la causa dei suoi guai giudiziari fosse attribuibile ai “personaggi” che si muovevano attorno a lui. Altresì, ero giunto alla conclusione che in un momento preciso della sua vita, Andreotti fosse stato un “ingenuo” (può capitare) e avesse sottovalutato il contenuto di alcuni suoi interventi; si inoltrò infatti, in argomenti tabù della moderna storia italiana che suscitarono allarme e una reazione adeguata in precisi gruppi del comunismo italiano, ostili alle sue rivelazioni. Diversamente dai soliti quindici minuti, Andreotti mi trattenne oltre un’ora, forse due; riflettei molto sulle domande per evitare un suo irrigidimento e infatti scelsi di porre solo domande proiettive, per le quali egli non comprese immediatamente quale fosse il mio scopo; pertanto riuscii a modificare il rapporto fra intervistato e intervistatore e fu egli stesso a mostrare un particolare interesse verso la mia attività di ricerca, piuttosto che l’interesse per la mia personale attenzione alle sue risposte. Si trattò di una intervista che ebbe molti risvolti psicologici, nel corso della quale Andreotti dava le sue opinioni ma non comprendeva quale fosse il mio obiettivo e ci fu un lungo studio reciproco della persona che ognuno di noi aveva di fronte. Fu proprio questa la causa della mia “lunga” e cordiale permanenza nel famoso salottino di Palazzo Giustiniani e Andreotti ebbe il piacere di trattenermi e continuare nella conversazione.

    Andreotti comprese l’ambito dei miei studi e poi fu lui stesso a chiedere conferma sui diversi fatti storici e politici a cui egli era molto interessato. Le vicende oscure dell’Armir – l’Armata italiana in Russia, ad esempio – suscitarono in Andreotti molta attenzione e mi chiese di lasciargli in omaggio la rivista Studi Sociali (Edizioni Dehoniane) con un mio saggio pubblicato sull’argomento. Numerosi soldati dell’Armir decisero di rimanere in Russia e furono utilizzati contro il nostro Paese, ma di questo proprio nulla risulta noto al pubblico italiano, ad eccezione di una corrispondenza da Berlino di Sandro Paternostro, pubblicata nel 1952 sul quotidiano “Il Tempo”. Per la verità, nel 1970 Vittorio De Sica girò un grande film sull’argomento Armir, con il titolo “I Girasoli”. Si trattava di un cast internazionale con Sophia Loren e Marcello Mastroianni, ma il film non ebbe successo perché boicottato.
    Nella conversazione con Andreotti, dall’Armir passammo al suo collegamento con il partigianato deviante – che nel dopoguerra commise gravi crimini e fu aiutato dal Partito Comunista Italiano a fuggire prima nei Paesi dell’Est europeo e poi in Cecoslovacchia – e al terrorismo, transitato dalla Cecoslovacchia, che ha condotto al rapimento di Aldo Moro. Alla fine del nostro incontro e con la sua aria sornione e svagata, Andreotti allargò le braccia come a confermare le mie ricerche anticipategli e successivamente pubblicate in due libri: “Gladio Rossa, una catena di complotti e delitti dal dopoguerra al caso Moro” e “Storia segreta del Pci, dai partigiani al caso Moro”.
    Il rapporto iniziato con Andreotti continuò e nel 2002 accettò anche una lunga intervista sugli argomenti già affrontati insieme; intervista proposta con domande scritte, alle quali egli rispose da un albergo a Siena nel corso di una pausa di lavoro.

    Certo, dal dopoguerra Andreotti fu uno dei più grandi uomini politici del nostro tempo, come dice Borgia. Tuttavia, il 23 ottobre 1990 Andreotti commise l’ingenuità che fu l’occasione per accusarlo di crimini mai commessi, allo scopo di rimuovere l’attenzione su fatti storici di grandissima rilevanza strategica per lo Stato italiano. Infatti, nel 1990 e in un mutato clima internazionale, l’onorevole Giulio Andreotti riferì per la prima volta dell’esistenza di Gladio – Stay Behind, la struttura segreta, composta da 622 persone, nata nel 1951 per contrapporsi alla Gladio Rossa, istituita, a sua volta, in Cecoslovacchia nel 1948 e resa operativa dal 1950 per compiere un putsch in Italia. Gli artefici dell’iniziativa furono gli ex partigiani comunisti italiani, aiutati dal loro partito e fuggiti all’estero per sottrarsi alla cattura dopo aver commesso gravi reati in Italia. Da tutto ciò si sarebbe scatenato un putiferio politico che avrebbe condotto alla Gladio Rossa e alla genesi del rapimento del’onorevole Aldo Moro, di cui ho parlato nei miei libri, scritti a seguito di una borsa di studio ottenuta dal Governo italiano, dopo che la Prima Commissione d’Inchiesta sul caso Moro si concluse nel più clamoroso insuccesso; quando la classe politica italiana aveva la forza e l’autorevolezza per autorizzare uno studioso del nostro Paese ad approfondire gli argomenti tabù che coinvolsero Andreotti.

    Tuttavia, nel caso Gladio – Stay Behind / Gladio Rossa, non fu la prima volta che Andreotti non valutò adeguatamente la trama che da tempo una lobby politico giudiziaria stava tessendo nei suoi confronti. Tutti sapevano che, in questo campo specifico, Andreotti aveva una grande conoscenza storica ed era necessario che il suo eloquio fosse arrestato. Infatti, già il 18 maggio 1973, al Senato, nel corso della sua 156 seduta pubblica, Andreotti aveva affermato: “Io posso solo dire – ed è documentato e lei lo sa – che in un paese con cui fortunatamente adesso abbiamo degli ottimi rapporti allora vi era la convinzione che fosse giusto preparare dei giovani ad un determinato tipo di guerriglia”, dove alcuni giovani terroristi degli anni sessanta e settanta si erano recati per partecipare a corsi di sabotaggio e terrorismo. Il senatore comunista Paolo Bufalini definì “baggianate” le parole di Andreotti e reagì ufficialmente dichiarando che egli stava inoltrandosi in un discorso fascista, perché non poteva permettersi di affermare che l’Unione Sovietica si occupasse dell’addestramento dei terroristi italiani. Andreotti rispose spiegando che non si trattava dell’Unione Sovietica e che non ne aveva mai parlato. Bufalini replicò chiedendo di quale Paese allora si trattasse e Andreotti rispose secco: “la Cecoslovacchia”. Calò il gelo, salvo insistere con la locuzione “parole fasciste” da parte di Bufalini.

    Insomma, più di una volta Andreotti parlò di argomenti tabù che, forse, non conosceva del tutto, ma diede l’impressione di rivelare fatti politicamente scorretti che all’epoca – se resi noti – sarebbero stati clamorosi per la politica del nostro Paese.
    Una rilettura non massificata, come è apparso anche in migliaia di articoli e libri scritti fino a ora, delle relazioni di maggioranza e di minoranza della “Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia” sarebbe illuminante per tutti.

    E invece, si è pensato di istituire una nuova inutile e ridondante Commissione sul caso Moro, mentre la verità risulta già scritta anche attraverso i frammenti che incautamente Andreotti fece trapelare e che lo Stato e Alte personalità dello Stato hanno voluto rimuovere e insabbiare. Si può allora confermare l’opinione di Borgia che definisce Andreotti “il più grande leader politico” del nostro tempo, anche se ingenuo nel rivelare situazioni che poi furono usate contro di lui attraverso una lunga gogna giudiziaria.

    L’augurio è che la pubblicazione di questo libro possa servire a rimuovere tutti i dubbi che una incauta e lunga campagna politica denigratoria contro Andreotti ha instillato nell’opinione pubblica italiana e che la classe politica prenda atto di tutto ciò e sdogani definitivamente il passato, di cui il caso Moro rappresenta il passaggio più importante.

    Leggere “Storia segreta del Pci – dai partigiani al caso Moro”, Rubbettino Editore, è un dovere morale per tutti gli italiani.

    Rocco Turi