• Fenomeno sconosciuto.

    L’Unione Europea si è scandalizzata per la decisione dell’Ungheria di costruire una barriera protettiva in difesa dall’immigrazione clandestina. In uno dei telegiornali nazionali di qualche giorno fa (Rai o Mediaset) e in un servizio redazionale dall’Italia, una giornalista ha spiegato che la decisione di “costruire un muro” ai confini con la Serbia fosse dettata dalla volontà del Premier Viktor Orbán di iniziare la “prossima compagna elettorale” all’insegna della lotta all’immigrazione clandestina. La giornalista (della quale non ricordo, purtroppo, il suo nome né la testata televisiva) si è probabilmente espressa con la propria indole tipicamente italiana – laddove si è sempre in latente campagna elettorale – e ha dimostrato di non prestare adeguata attenzione alle politiche migratorie e alle vicende internazionali. Diversamente, avrebbe svolto meglio il suo compito.

    Se la giornalista avesse avuto un quadro di conoscenza più ampia, prima di indicare l’Ungheria (o subito dopo) avrebbe potuto spiegare che:

    La Spagna ha già realizzato il suo muro a Melilla (enclave spagnolo in terra africana), dove fu costruita una doppia barriera a difesa della frontiera con il Marocco;
    La Bulgaria ha realizzato sulla frontiera con la Turchia, lunga 32 chilometri, una barriera di filo spinato, ferro e rete, alta tre metri sulle montagne di Elhovo, dove l’85% dei migranti che arriva è irregolare. L’iniziativa del Premier Plamen Vasilev Oresharski fu di obbligare l’arrivo presso i posti di frontiere ufficiali (dogane) allo scopo di meglio classificare i vari profughi, soprattutto da quando si sono aggiunti quelli provenienti dalla Siria in fuga dalla guerra;
    La Turchia ha costruito un muro alto due metri in tratti sensibili al confine con la Siria presso Nusaybin e Quamishli.
    Anche in Grecia, dove il 90% degli immigrati è illegale, si è parlato di un muro lungo 206 chilometri, controllato da terra e aria, con sensori notturni, ai confini con la Turchia. Non ho la certezza che il muro sia stato costruito, ma già nel 2011 fu realizzato un fossato nei pressi del fiume Evros di cui furono consegnati i primi 15 chilometri.

    La logica, tuttavia, è che di questi “muri” l’Unione Europea si è occupata poco o niente e la stampa italiana non si è occupata o non si è occupata con la stessa enfasi, usata per l’Ungheria, perlomeno sulle prime pagine.

    Tuttavia, se proprio si vuol parlare ancora di muri, è possibile che fra i nostri autorevoli giornalisti nessuno si sia ricordato del muro che in America separa il Messico da California, Arizona, Nuovo Messico e Texas?

    La giornalista avrebbe così dato un quadro prospettico più ampio e adeguato per meglio rendere l’idea del fenomeno. D’altra parte, se la giornalista ha la responsabilità di non essersi informata, la classe politica italiana e europea – che tanto si scandalizza quando parla Matteo Salvini – ha la responsabilità di non aver mia espresso critiche alla Turchia, Bulgaria, Spagna e Grecia.

    Se non fosse stata pervasa da pregiudizi ideologici, la giornalisti avrebbe altresì dovuto spiegare che l’Ungheria era in attesa da lungo tempo di risposte non ricevute dall’Unione Europea e che, con una popolazione di circa 10 milioni di abitanti, sta vivendo una situazione piuttosto paradossale di fronte allo stallo decisionale dell’Unione Europea. Non è questa l’indole ungherese.

    Non vi erano alternative a una decisione che avrebbe dovuto riguardare l’Unione Europea. La costruzione di una barriera controllata ai confini ungheresi con la Serbia garantirà coloro che, arrivando alle frontiere legali (dogane), avranno diritto a chiedere asilo in Europa e garantirà i cittadini ungheresi a continuare a vivere nella loro tradizionale tranquillità. Infatti, il rischio è che i passaggi in nave verso l’Italia attraversando il Mediterraneo possano diminuire e aumentare quelli terrestri in direzione dell’Ungheria, forse più lungi e faticosi ma meno dispendiosi e meno pericolosi.
    Non a caso, proprio oggi il Governo ungherese ha votato una legge che rende più veloce le procedure di espulsione.

    Se in Europa la politica esiste prevalentemente per apparire nei telegiornali ed esprimere opinioni variegate piuttosto che scelte e decisioni, vi sono Paesi – come l’Ungheria – che non hanno tempo da perdere. Piuttosto, si tratta di Paesi detentori di una cultura ben diversamente radicata da quella europea occidentale in cui le pastoie burocratiche danno i risultati che quotidianamente osserviamo. E’ sufficiente leggere un po’ della millenaria storia per rendersi conto della provenienza e del carattere del popolo ungherese e che a Budapest e dintorni non si ha voglia di oziare e perdersi in quisquiglie e banalità; è un po’ quello che traspare dalle parole di Matteo Renzi, ma che non si trasformano in concretezza a causa della ridotta autorevolezza della classe politica italiana. L’Ungheria è altra cosa, laddove anche la classe politica gode di autorevolezza e prestigio. E’ sufficiente recarsi in Ungheria – magari per studio – e subire il fascino e restarvi trent’anni.

    In oltre mille anni di storia, l’Ungheria si è sempre distinta per civiltà, cultura, ordine e patrimonio dell’accoglienza. Mattia Corvino fu un Re illuminato che circolava in incognito fra la sua gente per capire quali fossero i loro problemi e per aiutarli a vivere meglio. Proprio Re Mattia Corvino riorganizzò il sistema doganale e fiscale (imponendo il pagamento delle tasse ai nobili) e giudiziario, per cui gli fu attribuito il soprannome di “giusto”; sposò Beatrice d’Aragona in seconde nozze e trasformò l’Ungheria in una potente nazione che ha sempre conservato la sua autorevolezza; fondò a Budapest la grandiosa “Biblioteca Corvina”, la più importante al mondo sul Quattrocento Europeo. Lo stesso Re Stefano (Santo Stefano d’Ungheria), che fu incoronato nell’anno 1000, fondatore e cristianizzatore del popolo ungherese – giunto in tribù anche dalla lontana Mongolia – e poi elevato agli altari, lasciò semi di carità a amore verso il prossimo che l’Ungheria detiene ancora.

    Rocco Turi