• Seduta spiritica

    Dopo quattro anni dalla pubblicazione di “Storia segreta del Pci” (Rubbettino Editore), libro che ha risolto il “caso Moro”, viene qui riproposto il terzo comunicato stampa – emesso nel 2013 – dedicato alla “seduta spiritica” della quale tanto si parlò nel lontano 1978.

    A distanza di 39 anni dalla scomparsa di Aldo Moro il libro di Rocco Turi “Storia segreta del PCI, dai partigiani al caso Moro” (Rubbettino Editore), riapre e chiude in maniera clamorosa il grande dibattito che subito dopo l’uccisione del Presidente della Democrazia Cristiana si sviluppò in tutta Europa sulla famosa “seduta spiritica” a cui partecipò Romano Prodi, e da cui venne misteriosamente fuori l’indicazione di via Gradoli. L’Autore ripercorrendo in questo libro la storia dei partigiani italiani trasferitisi definitivamente in Cecoslovacchia e rimasti poi lì al servizio dell’intelligence dei Paesi comunisti, spiega che in realtà Romano Prodi in quella occasione venne soltanto utilizzato, non si sa da chi, ma diventò suo malgrado il megafono di chi in quel momento voleva che il covo delle Br fosse individuato.
    Ma chi e perché avrebbe utilizzato il professore bolognese per risolvere il giallo del secolo? Alla seduta spiritica che fu messa in scena a Zappolino, a due passi da Bologna, nella casa di campagna dell’economista Alberto Clò – racconta Rocco Turi – parteciparono Romano Prodi, la moglie Flavia, Alberto Clò, Carlo Clò, Licia Clò, Fabio Gobbo, Francesco Bernardi, Gabriella Bernardi, Mario Baldassarri, sua moglie Gabriella, Emilia Fanciulli, Adriana Clò e cinque bambini, una situazione dunque ideale, al di sopra di ogni sospetto, che fece rimbalzare il nome di Via Gradoli in tutto il mondo. Prodi disse di avere avuto quella indicazione da La Pira nel corso della seduta spiritica; in realtà Aldo Moro avrebbe potuto trovarsi proprio là dove Prodi aveva immaginato che fosse.
    In realtà, l’indicazione di via Gradoli avrebbe dovuto indirizzare gli investigatori solo verso la donna proprietaria dell’appartamento ex partigiana “secchiana”, Luciana Bozzi. Tutto questo avrebbe dovuto svelare la responsabilità partigiana dell’operazione Moro e mettere in luce il rapporto fra gli ex partigiani comunisti, i “brigatisti” utilizzati nel sequestro di Aldo Moro e la Cecoslovacchia. Per questi motivi, d’altra parte, la casa di via Gradoli era già nota agli investigatori e nessuno aveva voglia di rivelare una conoscenza preoccupante, che avrebbe riportato alla ribalta tutto ciò che la Commissione Parlamentare su via Fani aveva accuratamente isolato.
    Il vero mistero – sottolinea Rocco Turi – è come mai la polizia italiana anziché cercare immediatamente in Via Gradoli, decise di spostare la cerchia delle ricerche nel paese di Gradoli, dunque lontano da Roma.
    Per l’autore del saggio oggi risulta tutto più chiaro: ”Già allora – dice – esisteva un interesse comune tra i servizi segreti cecoslovacchi, il Kgb, i partigiani italiani, che avevano scelto di restare definitivamente a Praga, e parte dei servizi segreti italiani, perché l’accordo politico tra DC e PCI fallisse; in realtà non lo volevano né le BR, né una minoranza del PCI oltre, a vario titolo, ad alcuni gruppi extraparlamentari. E allora si fece di tutto, da ogni parte, per rallentare le indagini serie, per mistificare talune operazioni di setaccio del territorio, insomma si fece solo finta di lavorare per ritrovare lo statista rapito; ma una infinità di dettagli e di riferimenti confermano che erano davvero in pochi a volere salvare Moro.
    Il sociologo Rocco Turi fa un lungo elenco in questo suo saggio storico dei mille depistaggi operati per evitare che si potesse ritrovare lo statista democristiano: “In realtà una parte dei nostri servizi segreti era bene informata e con loro anche i colleghi degli altri servizi dei Paesi alleati. Il loro immobilismo è da interpretare dunque come un perfetto accordo sulle motivazioni politiche attribuite al sequestro Moro”. Ma l’aspetto più grave legato a questa storia – sottolinea lo studioso – è ancora un altro: “La coincidenza di interessi e di responsabilità fra i partigiani e i servizi segreti italiani venne utilizzata negli anni successivi come arma ricattatoria politica per consolidare il segreto legato all’uccisione di Aldo Moro, o per obiettivi propri ed essenziali di stabilità governativa fino agli ultimi governi degli anni Novanta, compreso l’attivismo del Partito della Rifondazione Comunista, che se da un lato provocò la caduta del Governo Prodi, dall’altro si scisse, prima per cercare di salvare il Governo Prodi e poi per favorire la nascita del Governo D’Alema e quindi la nascita del nuovo partito comunista”. Ma rientrò in questa logica, secondo le rivelazioni del saggio di Rocco Turi, la decisione del Governo italiano, nel 2001, di consentire l’istituzione della Commissione Mitrokhin, ma di escludere la Gladio Rossa come oggetto delle sue indagini. ”Ho scritto un libro scomodo – confessa lo studioso – destinato a mettere in crisi la storiografia ufficiale di questo nostro Paese, ma in tema di partigiani sono troppe le bugie, i misteri, i depistaggi, le omissioni e i silenzi istituzionali che finora hanno coperto questa materia. In questo libro io ho esibito le prove di una ricerca che lo stesso Governo Italiano e il Ministero degli Affari Esteri mi hanno affidato nel 1987 e proseguita attraverso l’Accordo di cooperazione scientifica fra il Consiglio Nazionale delle Ricerche Italiano e l’Accademia delle Scienze Cecoslovacca. La ricerca dimostra che la storia del Movimento Partigiano in Italia debba essere completamente riscritta, perché troppe pagine oscure sono rimaste tali in Italia proprio per coprire la verità storica sul Movimento. Il delitto Moro e il ruolo di Romano Prodi rispondono a questa logica”.

    Il libro
    È l’unico volume che ricostruisce la genesi politica e la storia del complotto internazionale che portò al rapimento dell’onorevole Aldo Moro, contestando le tesi “politicamente corrette” apparse fino ad ora in una miriade di pubblicazioni. Storia segreta del PCI è il libro più documentato e l’ultimo atto di una vicenda descritta attraverso migliaia di carte ufficiali del Governo italiano (che solo Wikileaks, probabilmente, avrebbe pubblicato) e attraverso il racconto di numerosi osservatori diretti e partecipanti, come i partigiani italiani fuggiti dal nostro Paese – residenti in Cecoslovacchia – e personalità della nostra Ambasciata a Praga. Rudolf Barak, ex Ministro dell’Interno cecoslovacco negli anni cinquanta – che mai aveva accettato di incontrare uno studioso straniero – confermò personalmente a Rocco Turi che i partigiani italiani furono al servizio del Kgb e della polizia segreta cecoslovacca. Negli otto anni del Ministero di Rudolf Barak (1953-1961) i nostri partigiani furono proprio al suo servizio. L’eredità fu raccolta dai suoi successori in tutti gli anni della Guerra fredda e la Cecoslovacchia fu meta per l’addestramento di terroristi provenienti da tutto il mondo.

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    Per circa 40 anni ho seguito le tracce dei partigiani deviati fuggiti in Cecoslovacchia con la complicità del PCI, vicenda alla quale mi sono interessato onorando l’incarico ricevuto dal Governo Italiano, in collaborazione con il Governo della Cecoslovacchia, poi dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, in collaborazione con l’Accademia delle Scienze di Praga – e applicando i metodi della più rigorosa investigazione sociologica.

    Rocco Turi, Budapest