• Curriculum vitae

    Con una dichiarazione sibillina, il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti avrebbe fatto passare l’immagine che il curriculum vitae sia un optional nella ricerca di lavoro da parte dei giovani. Eppure il c.d. “Curriculum Vitae Europeo” appare l’unica norma “democratica” condivisa da tutti i cittadini dell’Unione europea. Se ne deduce che l’Italia viva il suo isolazionismo come una legge della natura; da un lato verrebbe isolata dalla classe politica europea per scarsa credibilità e autorevolezza, dall’altro il nostro Paese si isola perché qui si vorrebbe mantenere ancora a lungo un potere enigmatico a tutto vantaggio di lobby e caste che richiamano epoche antiche. Non si spiegherebbe altrimenti perché nella nostra mentalità sia presente l’idea che la ricerca del posto di lavoro debba avvenire attraverso la conoscenza diretta, ovvero una raccomandazione che non tutti possono (non tutti vogliono) ottenere. L’inutilità considerata del curriculum vitae fa il paio con quanto il Ministro dichiarò alla 25a mostra convegno nazionale dell’orientamento, scuola, formazione, lavoro (Veronafiere, novembre 2015): “Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21″; “Noi in Italia abbiamo in testa il voto, non serve a niente”.

    Gli italiani capiscono bene anche il significato “positivo” di offrire un lavoro a un amico fidato, conosciuto magari dopo lunghe partite di calcetto svolte insieme; comprendono anche il successivo tentativo del Ministro di giustificare le proprie parole (“… un rapporto di fiducia può nascere e svilupparsi anche al di fuori del contesto scolastico…”). Tuttavia, di fronte alla convinzione che la laurea o il voto di laurea non abbiano un valore-tabù non si può tentare una comprensione.

    Anche Silvio Berlusconi raccontava che nelle sue aziende aveva affidato incarichi di responsabilità ad amici d’infanzia a cui egli attribuiva grandissima fiducia, ma forse non si sarebbe mai sognato di depauperare il valore intrinseco di una laurea conseguita con il massimo dei voti, anche all’età di 28 anni.

    I tempi sono cambiati e forse neppure Berlusconi affronterebbe il medesimo argomento. Certo, la logica è chiara e determinate assunzioni avvengono sempre allo stesso modo (…”un rapporto di fiducia può nascere…”), ma sarebbe necessario appartenere a inevitabili ristretti cerchi amicali o parentali dai quali forse non si potrebbe prescindere da evidenze fisiologiche. Ma un uomo politico di primo piano non dovrebbe lasciar passare una situazione eccezionale e fatale come prassi equa per milioni di cittadini italiani ed europei.

    Al contrario, è proprio questo il concetto più recepito nella società italiana che spinge “certi” giovani a lasciare il nostro Paese che invecchia sempre più; sarebbero proprio quei giovani verso i quali lo stesso Ministro Poletti auspicava la loro partenza perché considerati forse dei rompiballe (“Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”).

    A nulla serve chiedere le dimissioni di chi è pervaso da simili convincimenti. Piuttosto, sarebbe rilevante comprendere perché e in che modo certi convincimenti maturino e prendano posto nel proprio intelletto.

    Rocco Turi, Budapest