• Critica e archeologia in Calabria

    sono due tabù. La critica appare lesa maestà, ma è un dovere morale. Attraverso la critica e l’errore di interpretazione si trovano soluzioni nuove più vicine alla realtà. Lo spunto per questo post è un articolo beffardo del giornalista Gian Antonio Stella, dedicato allo stadio di Crotone e ai suoi tifosi, pubblicato sei giorni fa, il quale (stadio E.Scida) sarebbe incastonato in un sito archeologico. Non ho visto il luogo, né credo sempre alle argomentazioni dell’archeologia ufficiale esibite a priori; altresì il tema dovrebbe essere affrontato seriamente e non come ha fatto il giornalista da lontano il quale, questa volta, non mette in alcun dubbio le istituzioni. Non so come si presentano i lavori dello stadio di Crotone, ma so che trattare i crotonesi, come ha fatto Stella, in maniera canzonatoria è banale. Un giornalista esterno come Stella avrebbe potuto avvicinarsi di più al tema e affrontare le cose con maggiore impegno, secondo la sua indole; questa volta non lo ha fatto. Si sa che quando piace l’argomento, ma non lo si conosce ed è d’attualità – per alcuni – è sempre bene occuparsene, anche se in maniera stereotipata; senza apportare al dibattito alcuna novità. Si sa anche, tuttavia, che il dubbio è il sale della conoscenza.
    In generale, di fronte ai tabù non si esprimono opinioni alternative; probabilmente Stella non sa che la critica verso i tabù può rompere schemi precostituiti scorretti. Il campo è ostico, anche perché se queste cose le dice un calabrese appare sospetto e poi si sa che i calabresi – tra calabresi – si stimano poco ed è anche difficile, tranne insistere, ricevere ascolto.

    L’archeologia in generale opera a senso unico, impone le sue opinioni e non accetta altri punti di vista, anche se ci si trova solo in situazione di sondaggi archeologici iniziali; a volte ci si basa unicamente sulle notizie storiche e sui luoghi comuni: “Crotone, essendo un importante sito della Magna Grecia non può che presentare dappertutto reperti archeologici di grande rilevanza”. Anche Stella è caduto in questo cul-de-sac. Non è così; a volte ci si sbaglia.

    L’archeologia calabrese appare, a volte, auto referenziale e non accetta diverse opinioni ma è anche necessario avere l’umiltà di riconoscere gli errori. Attraverso la critica – in un caso – l’archeologia calabrese ha ben riconosciuto un errore. Lo ha fatto a suo tempo, dall’alto della sua equilibrata sapienza, Elena Lattanzi, Dirigente Superiore della Soprintendenza Archeologica della Calabria.

    Con ragionamenti alternativi, mi ero ripromesso di rompere un tabù su una situazione archeologica che ritenevo non autentica; apocrifa, insomma. Non ritenevo che alcuni reperti archeologici, dichiarati ufficialmente, fossero considerati tali e dopo alcuni anni di polemica e critica giornalistica, anche con la partecipazione diretta della Soprintendente Archeologica, arrivò finalmente la telefonata (registrata in segreteria telefonica) della dottoressa Elena Lattanzi:

    “Pronto professor Turi, sono la dottoressa Lattanzi, la chiamo per quei suoi articoli che, mi dispiace, vorrei chiarire un pochino; in seguito alle sue segnalazioni noi abbiamo già da tempo smontato delle vetrine e giustamente lei aveva segnalato qualcosa che non andava bene, noi ci siamo appoggiati talvolta anche a studiosi locali a ditte locali con risultati non sempre adeguati…” (telefonata del 28 luglio 1997).

    Da questo gesto di grande professionalità bisognerebbe ripartire per chiedere, con i dovuti spunti culturali, all’archeologica calabrese che “non è tutto oro quello che luccica” e prima di esibire veti sarebbe necessario stabilire il rapporto corretto tra valore e giudizio, dal momento che tra greci, romani e popoli minori, l’Italia è tutto un sito da preservare ma – a tale scopo – non viene speso un euro in più. Questo dovrebbe spiegare meglio il giornalista che biasima da lontano i tifosi del Crotone per scarsa sensibilità archeologica e ignoranza. Sarebbe altresì utile una maggiore umiltà e maggiore equilibrio interpretativo, come qualcuno a Crotone aveva già dimostrato; che Stella, invece, ha ampiamente sottovalutato.
    A questo punto non sono personalmente interessato ad affrontare alcun altro caso archeologico, se non a diffondere un’idea basata sulla consapevolezza di interventi più equilibrati e meno preconcetti dell’archeologia istituzionale sui “siti archeologici” che meriterebbero di essere riconsegnati ai loro legittimi proprietari.

    Rocco Turi, da Budapest