• Come si recensisce un libro (dedicato alla rubrica libraria Billy Tg1 Rai)

    Recensire un libro non è cosa semplice e condurre una trasmissione televisiva dedicata ai libri come Billy (rubrica domenicale del Tg1) dovrebbe essere fra le pratiche più difficili, per le quali solo un esperto potrebbe cavarsela con buoni risultati; ma non è così: in Italia le rubriche sui libri possono essere affidate a chiunque su base gerarchica predefinita arbitrariamente, quando non associata a una decisione di tipo politico, sempre escludendo competenza e curriculum.

    Una rubrica sui libri non deve essere paragonata alla cronaca politica, per la quale sarebbe sufficiente attenersi al tempo reale e si potrebbe improvvisare. Un libro va letto con calma almeno due volte (anche di più) e poi sarebbe necessaria una chiara idea della tecnica più adeguata per recensirlo, che non è sempre identica. Assistendo alla trasmissione Billy, tutto questo non appare soprattutto quando ci si trova di fronte a farraginosi approcci attraverso i quali sembra evidente il disconoscimento del contenuto e della pratica per meglio recensire un’opera.

    Spiegare con chiarezza il senso del titolo a volte è molto importante, come importante sarebbe dilungarsi sugli autori avendo la probità di discriminare fra gli sconosciuti e i meriti, contro “l’obbligo” di doverne parlare per scopi non legati alla qualità di un libro. A volte si ha quasi l’interesse a presentare autori anonimi con tale enfasi al solo scopo di attirare l’attenzione (verso l’amico, il collega, oppure…) senza valutare il rischio di perdere credibilità. Entra quindi in gioco l’indicazione del genere letterario e la ricerca dell’originalità e dell’importanza del libro e del suo autore. Solo dopo si entra nel merito più profondo del contenuto e/o dei personaggi e dei loro caratteri salienti; riassumere i nuclei narrativi del volume. Per un saggio risulta ancora più difficile.

    Completata la rilettura sarebbe essenziale per prima cosa capire bene e spiegare benissimo il messaggio che l’autore desidera trasmettere; è questo il motivo per il quale sarebbe necessario leggere più volte un libro e non dare l’impressione goffa (molto diffusa) di averlo letto. Chiedersi poi cosa colpisce di più del contenuto e/o dello stile o della trama narrativa, dei personaggi e del loro carattere, del tempo politico e/o sociale nel quale il libro è stato scritto. Mai usare frasi aggettivali. L’uso di un aggettivo, anche sfuggito, fa cadere immediatamente l’impegno a capire se un conduttore sia oppure no un esperto in recensioni librarie.

    Allo scopo di ovviare a quanto detto, si dà voce agli autori per parlare direttamente del proprio libro e rimuovere la necessità di doversi dedicare a una pratica impegnativa. Che recensione sarebbe?

    Basterebbe rispondere a pochi punti (che siano ben chiari nella mente) e poi essere in grado di sintetizzarli per esigenze televisive al fine di realizzare una buona recensione e per trasmettere il concetto che la conduzione di una rubrica dedicata ai libri non è cosa semplice, anzi: molto complicata e seria. Allo stesso modo è pratica moltissimo corretta l’istituzione di una valutazione terza e indipendente che scelga i libri da recensire per il servizio pubblico, nell’interesse del pubblico e non del conduttore.

    Tuttavia, il peggio dell’Italia è che non si incontrano autori che sappiano rifiutare la logica del rapporto do ut des, dell’inciucio, della raccomandazione, amicizia e della complicità deviante perché quasi tutti amano pochi istanti di inutile celebrità per un persistente statu quo, a fronte di libri mediamente di scarsa qualità.

    L’idea è che la libertà che tutti possano scrivere dei libri sia eccessiva perché, come dice qualcuno, “ci vuole poco a credere a tutto ciò che c’è scritto sui libri” in quanto il lettore medio italiano, se legge, pensa poco. Inoltre, la pratica più grave è che certi volumi pubblicati vengono fatti passare come il risultato di lunghe ricerche piuttosto che come azioni divulgative poggiate su opinioni. In questo ambito, le recensioni italiane risultano ancora all’anno zero ed è questo il motivo per il quale gli autori preferiscono lo statu quo e (imbarazzanti) celebrità immeritate. Di conseguenza, la società elabora concetti desunti da una prassi deformata e nulla fa la Rai per svolgere azione educativa, anzi….

    L’auspicio è che le rubriche librarie vengano affidate a coloro che abbiano effettive competenze (nel loro interesse) affinché – piuttosto che fare spettacolo o il piacere di qualcuno – possano svolgere l’ingrato compito di guidare il lettore e far crescere l’Italia seguendo le orme del compianto maestro televisivo Alberto Manzi.

    Rocco Turi, Budapest