• Sul caso Moro Vladimiro Satta se ne faccia una ragione

    Il dado è ormai tratto e Vladimiro Satta se ne faccia una ragione. Gli unici libri che abbiano risolto definitivamente il caso politico su Aldo Moro sono “Storia segreta del Pci. Dai partigiani al caso Moro” (Rubbettino 2013) e “Gladio Rossa. Una catena di complotti e delitti dal dopoguerra al caso Moro” (Marsilio 2004). Piuttosto che esaminarli attentamente e apprendere dai due volumi, elaborati in un lungo itinerario trentennale di studi, ricerche sul campo e documenti riservatissimi dello Stato italiano, qualcuno preferisce arzigogolare, architettare, escogitare aggettivi controproducenti unicamente a chi li scrive.

    Escludo qui di esaminare i libri di coloro che si occupano del caso Moro ma non conoscono le cose di cui parlano e scrivono, oppure non sanno cosa sia la doppia morale del Pci trattata in chissà quanti volumi.

    Tuttavia in “Storia segreta del Pci” ho avuto modo di dedicare un capitolo (che invito a leggere) allo studioso inglese Philip Cooke, confutando passo dopo passo ogni suo tentativo di analisi “critica” sul mio volume “Gladio Rossa”, apparsa in “L’impegno” dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli “Cino Moscatelli” e nella rivista “Ricerche Storiche” dell’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Reggio Emilia (Istoreco). Sono passati tre anni e non c’è stata risposta. D’altro canto, ho invitato pubblicamente a un confronto altri autori. Nessuna replica, ovviamente.

    La verità è che in Italia c’è chi crede di poter pontificare senza contraddittorio e di fronte al contraddittorio si defila.

    Reagire alle locuzione estemporanee divertenti e agli aggettivi indimostrati del documentarista Vladimiro Satta, scritte nel suo libro, sarebbe una vera perdita di tempo. Comprendo che egli abbia fatto parte della Commissione Stragi come documentarista dal 1989 al 2001 e debba difendere il lavoro che ha prodotto al suo interno, per convincersi che i risultati siano completi ed esaurienti. La contraddizione sorprendente che Satta esibisce è che nella libreria Feltrinelli di Galleria Sordi in Roma egli dia l’impressione di prendere le distanze dalla Commissione (ma dice: “io sono stato documentarista della Commissione Stragi”), per la quale ha lavorato. Addirittura, il Satta pensa di dover precisare che non è stato “membro” della Commissione Stragi. In realtà, Satta fa una chiacchiera di lana caprina se chiamare relazione oppure no il documento finale della Commissione Stragi; poiché la relazione finale non fu messa in votazione, a suo parere “quando si parla di relazione della Commissione Stragi si sbaglia forse facendo ingenuamente riferimento a quello che era un testo preparato esclusivamente dal Presidente senatore Pellegrino”, da cui egli prende comunque le distanze (“Non c’entro assolutamente nulla, neanche una virgola, dei documenti, delle relazioni e degli elaborati prodotti dalla Commissione Stragi”) delegando al povero senatore Pellegrino le incombenze tecniche e manuali relative al documento. Inoltre, il documentarista Satta si picca di dire “c’è chi parla di relazione senza sapere cosa dice”, riscuotendo applausi dai suoi amici. Bene, quella relazione o documento di 541 pagine si chiama ufficialmente: “Decisioni adottate dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi nella seduta del 22 marzo 2001 in merito alla pubblicazione degli atti e dei documenti prodotti e acquisiti”, comunicate alle presidenze di Senato e Camera il 26 aprile 2001. Lana caprina sattiana, del Vladimiro Satta insomma.

    Nel suo essere-o-non-essere, il Satta non riesce a staccarsi dal suo ruolo di documentarista del Senato e lo ama al punto tale che, sulla scorta di ciò che aveva acquisito nel corso del suo lavoro, immediatamente dopo il 2001, egli scrive il primo libro su Moro e subito dopo si dedica al secondo, sulle tracce della documentazione raccolta per la Commissione alla quale ha partecipato. Proprio nel documento finale (541 pagine) di quella Commissione trovasi una “Analisi di Rocco Turi”. Il paradosso è che Satta, che ha fatto parte come documentarista di questa Commissione, non ricordi o non conosca (può capitare) tale “Analisi”; ulteriore paradosso è che, piuttosto che indicare un passo dei miei scritti, in quella “Analisi” viene citata un’intervista al giornalista Valerio Riva. Come ci si possa occupare di attività di Commissione parlamentare citando un’intervista, anche riportata in maniera difforme, da un lato è un mistero per i ricercatori; dall’altro è la constatazione che il lavoro dei documentaristi che vi hanno collaborato è ben altra cosa dal lavoro dei ricercatori. Ma in Italia così è, mentre si inquina sempre più la conoscenza a favore delle giovani generazioni.

    Scrivere libri come quello che Satta ha recentemente pubblicato, a me pare uno svantaggio che si offre alla società italiana.

    Pur non desiderando occuparmi più di tanto del libro di Satta, due cose desidero spiegargliele. Se egli e coloro che conoscono il caso Moro secondo la versione delle Commissioni parlamentari lo affrontano attraverso l’ottica brigatista, non capiranno che tali Commissioni parlamentari siano state sempre reticenti e che Aldo Moro non fu rapito dalle Brigate Rosse; gli scritti delle Brigate Rosse a cui il Satta dà l’importanza che deriva da una scarsa conoscenza, pertanto, non hanno alcun senso. Per conoscere perché mai le Brigate Rosse furono catapultate nel caso Moro basta leggere “Gladio Rossa”. Pertanto non bisogna annettere importanza ai documenti delle Br, né citare soggetti che con il caso Moro non hanno mai avuto a che fare. Non si scandalizzi quindi Satta se in “Storia segreta del Pci” e/o in “Gladio Rossa” mancano nomi, luoghi, organizzazioni e le citazioni che lui vorrebbe: queste con il caso Moro non hanno alcuna relazione.

    In altra parte del suo libro, il Satta si rivolge al mio trentennale studio affermando: “assegna un ruolo eccessivo agli apporti di ex partigiani al brigatismo delle origini, invero minimi, e non considera che essi riguardavano semmai Curcio e Franceschini, non Moretti”.

    Sarebbe invero interessante conoscere quale ragionamento faccia per usare nel suo libro locuzioni e aggettivi indimostrabili e con quale logica il Satta misuri i rapporti “invero minimi” poc’anzi indicati, se egli non ha studiato il problema. Superficialità. D’altra parte è evidente la distanza del Satta da trent’anni di maturazione e sedimentazione sul caso.

    Su tale argomento sarei pronto a impartirgli una lezione approfondita.

    Intanto, Vladimiro Satta rilegga “Storia segreta del Pci” e legga “Gladio Rossa” che non ha dimostrato di aver esaminato e avrà molte cose da apprendere da solo. Fra le quali correggerà finalmente le sue convinzioni (“Molte risposte sono state date dai processi e dalle Commissioni d’Inchiesta, non credo ci sia molto altro”) che il caso Moro sarebbe stato già risolto dalle reticenti Commissioni d’inchiesta. Invece è tutta un’altra cosa. Satta se ne faccia una ragione.

    Rocco Turi

    http://blog.rubbettinoeditore.it/rocco-turi/tag/vladimiro-satta/