• Burocrazia politica.

    ROTTAMARE! Se lo slogan di Matteo Renzi ha avuto successo prima ancora che salisse al potere, figuriamoci quali risultati il Presidente del Consiglio potrebbe ora ottenere. Per un po’ egli ha imitato tutti i suoi predecessori i quali, una volta raggiunto l’obiettivo, hanno rallentato o rinunciato ai loro propositi di rinnovamento. Il segnale di allarme sull’insuccesso delle elezioni della scorsa domenica è stato salutare ed ecco che Renzi sembrerebbe orientato a riprendere la sua politica della rottamazione. Il pubblico italiano che non si reca alle urne ha dimostrato di volere proprio questo dal Presidente del Consiglio.
    L’augurio è che Renzi persegua l’obiettivo più efficace della sua pratica rottamatrice e operi di conseguenza. Bene la rottamazione di coloro che personificano la gerontocrazia che, dall’alto della loro esperienza, forse non hanno molto più da insegnare; anzi è stato il presupposto di quell’esperienza a produrre i fenomeni macroscopici della devianza politica. Rottamare non vuol dire solo questo; anzi sarebbe troppo semplice sostituire unicamente la classe politica che in Italia ha fatto il buono e il cattivo tempo, dal dopoguerra compreso.

    E’ necessario rottamare la burocrazia politica, quella che – sotto le direttive di una scienza di governo ben consolidata nel corso degli anni – è stata capace di costruire una rete di rapporti e di “politiche” che si sono riprodotte in comportamenti identici e ripetitivi, tali da diventare prassi legittimata e riconosciuta (per chiunque) come “ragione” o tabù inviolabile di Stato. La classe politica italiana salita al potere si è sempre uniformata a quella prassi e a modi talmente radicati da consolidarne l’autorità e sembrare prescrizioni religiose.

    A questa logica di gerontocrazia pratica tipicamente italiana si può attribuire l’istituzione di innumerevoli Commissioni d’inchieste parlamentari, che sono veri e propri “luoghi” non finalizzati – a volte – all’inchiesta medesima, ma con scopi ben diversi e utili per la classe politica che ha necessità di riprodursi intatta. Non credo che Renzi abbia avuto il tempo sufficiente da dedicare a una valutazione sulle necessità di istituire tante e tali Commissioni d’inchieste; se lo avesse fatto, fidandosi unicamente del suo intuito, ne avrebbe probabilmente rottamato un buon numero.

    Escludendo le Commissioni permanenti e quelle previste dalla Costituzione e da leggi costituzionali (dovrebbero essere 16), si possono enumerare Commissioni speciali (1), miste (1) e bicamerali (10) e d’inchiesta (5). Non credo siano tutte utili e a tale scopo – almeno per il futuro – Matteo Renzi potrebbe intervenire per snellire la macchina burocratica del nostro Paese.
    Colpiscono particolarmente alcune Commissioni fuori luogo e fuori tempo; la “Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro” appare quella più esemplare e rappresenta il paradigma di quanto scritto fino a ora. A seguito del fallimento della prima Commissione d’Inchiesta sul caso Moro, il Governo italiano mi attribuì l’incarico di proseguire lo studio che – dopo una lunga attività e impegno oltre cortina, a carico dello Stato – risulta sistematicamente elaborato nei volumi “Gladio Rossa” (Marsilio) e “Storia segreta del Pci” (Rubbettino). Il contenuto didascalico dei due volumi avrebbe dovuto indurre il Governo a prenderne atto senza ipocrisia. Le “prescrizioni religiose” della gerontocrazia e della burocrazia politica italiana ne hanno fatto due libri tabù e due totem.

    Rocco Turi