• Lavoro: la rigidità genera illegalità

    La crisi economica ha sortito sul mondo del lavoro, in particolare quello europeo, una serie di conseguenze note e tutt’altro che positive, con la riduzione del perimetro degli occupati e l’incertezza della sorte di molte realtà produttive; ma la necessità di reagire alla situazione ha d’altro canto prodotto la comparsa di forme di adattamento tutt’altro che negative. Sotto questa fattispecie mi sembra vadano rubricate le diverse forme di flessibilità lavorativa che hanno messo in discussione l’unità spaziale, temporale e contrattuale della prestazione dipendente, passando per l’introduzione di nuove tipologie di accordo tra datore di lavoro e lavoratore e per la modernizzazione delle condizioni di collaborazione, attraverso la digitalizzazione. Nel primo caso, un buon esempio è rappresentato dall’introduzione dei cosiddetti voucher, i buoni lavoro destinati a remunerare le prestazioni accessorie, che senza superare un limite di reddito annuo consentono l’emersione di una buona parte del sommerso e la regolarizzazione di attività di “arrotondamento” che vedono protagonisti soprattutto studenti, pensionati e collaboratori domestici. Nel secondo caso, si può citare il complesso di modalità lavorative meglio note sotto il nome di smartworking, che in nome della massimizzazione  della produttività e della riduzione di costi aziendali (ma anche ambientali e sociali, come quelli legati agli spostamenti tra casa e ufficio) vedono cadere l’obbligo per  determinate tipologie di lavoratori dipendenti della presenza in una sede specifica, nonché quello del rispetto di un orario stabilito: la retribuzione – e gli eventuali incentivi – vengono così legati alla performance, misurata tramite il raggiungimento di un obiettivo prefissato, piuttosto che al presenzialismo in ufficio.

    Secondo altri punti di vista, queste non rappresenterebbero invece di vie efficaci di superamento delle difficoltà, ma ulteriori cattive notizie per i lavoratori già provati dalla crisi: i quali da un lato assisterebbero impotenti alla frammentazione e precarizzazione del proprio status occupazionale, e dall’altro vedrebbero minacciata la propria vita extralavorativa dall’invasività delle tecnologie. A questi due filoni di preoccupazioni fanno riferimento le due battaglie di opinione attualmente in corso, corrispondenti ad altrettante iniziative legislative attuali o in divenire, l’una nel nostro paese, l’altra presso i nostri cugini d’Oltralpe. Mentre in Italia si dibatte animatamente sui famigerati voucher, in Francia viene riconosciuto per legge al lavoratore dipendente il diritto alla disconnessione, che lo mette al riparo da comunicazioni indesiderate – in particolare quelle digitali – oltre l’orario lavorativo strettamente inteso.

    La vicenda italiana segna il rifiuto, da parte di una fetta dell’arco politico e sindacale, di contemplare tipologie di prestazione diverse da quelle legate a accordi prolungati, fortemente tipologizzati e delineati a livello nazionale attraverso la contrattazione; quella francese legge nella strumentazione a disposizione del lavoratore, la medesima che gli consente di operare a distanza rendendo nel contempo più agevole la conciliazione tra vita personale e lavoro, la minaccia di tracimare in quella vita, provocando la progressiva scomparsa dei confini oggi precisamente stabiliti. Due tentativi, a conti fatti, di conservare una certa definizione del lavoro, scansando le evoluzioni che si profilano su un fronte e sull’altro: in entrambi i casi, si tratta di posizioni di retroguardia, che delineano per il mondo del lavoro un futuro di regole che diventano vincoli, di tutele che diventano limiti – in una parola, un futuro di rigidità, opposto rispetto a quello che sembra invece auspicabile.

    Il minimo comun denominatore sembra essere una concezione del lavoratore dipendente come oggetto, invece che soggetto dell’attività: privo di autonomia, di intraprendenza, di consapevolezza, e quindi in balìa di ogni variazione delle condizioni prefissate, inevitabilmente destinate a generare ulteriore sfruttamento (per tacere di quando questa prospettiva si sposa con quella di stampo sindacalisteggiante e ideologico che vede nello spettro nel neoliberismo la radice di tutti i mali, non solo lavorativi, del nostro  tempo). La soluzione è, altrettanto inevitabilmente, la conservazione dello status quo, non solo nei termini del ripristino di una ideale situazione occupazionale pre-crisi – che in talune argomentazioni rivela piuttosto la tensione ancora più ideale verso un’utopia pre-capitalistica -, ma anche del rifiuto di leve di cambiamento come quella tecnologica, che pure preme alle nostre porte con la digital transformation propiziata dall’avvento della cosiddetta industry 4.0.

    Che l’esito sia la promozione di un referendum per l’abolizione della norma che consente l’utilizzo dei voucher - in Italia – o l’approvazione di una ulteriore legge, dopo quella relativa alle 35 ore lavorative, che irreggimenta la prestazione dipendente – in Francia -, il risultato non cambia: si tratta di un irrigidimento, che sottrae al lavoratore possibili spazi di autogestione e al mercato possibili occasioni di crescita. Proprio come quelle che si sono efficacemente tradotte nella sharing economy, la quale, prima ancora che sull’irrefrenabile istinto alla condivisione, poggia le proprie basi, com’è stato sostenuto in un recente convegno del Sole 24 Ore da KPMG, sulla necessità di sfuggire all’iperregolamentazione in mercati ormai ingessati (come i trasporti o la ricettività alberghiera). O come quelle occasioni rappresentate dalle piccole imprese a trazione  digitale (sì, proprio le start up), che fanno della deregolamentazione, oltre che della creatività, la propria piattaforma propulsiva: non a caso, si tratta di società giovani, nelle quale sono sconosciuti costumi come l’evasione, l’assenteismo o altre forme di truffa ai danni delle casse pubbliche, altrimenti tristemente note nel sistema del lavoro dipendente, con le sue rigidità. La flessibilità  genera opportunità e sviluppo: la rigidità, al contrario, non può che generare illegalità.