• Arianna Huffington è una femminista di Milano (o no?)

    L’allarme lanciato da Arianna Huffington nel suo articolo su Repubblica non è nuovo. A parlare di un modello di lavoro che, ancorché di successo, “non funziona per le donne, e in realtà nemmeno per gli uomini”, erano già stati altri: altre, per la precisione, vale a dire le femministe storiche della Libreria delle Donne di Milano, che qualche anno fa pubblicarono il manifesto “Immagina che il lavoro” con l’obiettivo di chiamare tutti a una pubblica discussione sull’argomento.

    Alcune delle parole di Huffington riecheggiano quasi testualmente il Manifesto: ad esempio, quando scrive “Il concetto di successo che va per la maggiore adesso — in base al quale lavorare fino all’esaurimento e al logoramento psicofisico si considera un titolo di merito — , e che ci porta all’annientamento, se non addirittura alla tomba, è stato introdotto dagli uomini, in una cultura dominata dagli uomini. Però è un modello di successo che non funziona per le donne, e in realtà nemmeno per gli uomini”; laddove le femministe della Libreria delle Donne dicono “Il lavoro è plasmato sugli uomini, quelli di una volta: suppone una centralità nella giornata e nella vita che può realizzarsi solo se tutta la cura di sé e degli altri viene delegata a qualcun altro, alle donne, quelle di un volta”.

    O ancora, Huffington scrive: “Se vogliano ridefinire il significato di successo, se vogliamo adottare una terza metrica che va al di là del denaro e del potere, dovranno essere le donne a segnare la via, e gli uomini, liberati dall’idea che l’unica strada per il successo sia prendere l’autostrada dell’infarto verso la città dello stress, ci seguiranno riconoscenti sia al lavoro sia a casa”, dove il Manifesto recita “Noi donne, più degli uomini, siamo coscienti che non esiste alcuna divisione tra vita e lavoro; ciò che ci rende felici nella vita, ci rende felici nel lavoro, e viceversa. Per questo sta a noi condurre la battaglia, oggi nuovamente necessaria, per cambiare le regole del mondo del lavoro e migliorare la qualità della vita di tutti”.

    Persino il concetto della “terza rivoluzione femminile” evocato da Huffington trova echi nel Manifesto, che parla di un “atto terzo” scandito dal crollo dell’orario uguale per tutti, dallo smascheramento della presunta oggettività del merito, da un nuovo genere di competizione, aliena da inutili  tornei, che ponga al centro trasparenza degli obiettivi e responsabilità. E non a caso, l’approdo del discorso di Huffington è  analogo a quello delle femministe: il “doppio sì” a lavoro e maternità, il riconoscimento di un’esigenza, di un desiderio insopprimibile, anche per le donne lavoratrici, che secondo un’indagine di Forbes Woman aspirano per l’84% a potersi occupare personalmente dei figli. La contrapposizione binaria tra “madre-casalinga” e “donna in carriera” ha fatto il suo tempo, di fronte a un logoramento della vita che sempre più svela la necessità di riappropriarsi della completezza dell’esistenza.

    Resta il dubbio: le parole di Arianna Huffington avranno più o meno eco di quelle delle femministe della Libreria delle Donne? E se ne avranno di più, sarà anche – soprattutto – per la visibilità e l’influenza guadagnate da Huffington in anni di dedizione a quel “modello di successo che non funziona per le donne”?