• Terrorismo, tolleranza e idiozia

    Di fronte alla crescita esponenziale del terrorismo di matrice islamica, culminato con lo sgozzamento di un sacerdote in Normandia, vien voglia di stare zitti poiché ogni strumento di analisi sembra inadeguato. Il desiderio di silenzio trova tuttavia un freno nelle vere e proprie idiozie che stampa e mass media in genere ci propinano in abbondanza e puntualmente, dopo i massacri che purtroppo si susseguono con cadenza quasi quotidiana.
    E l’idiozia più clamorosa consiste nel tentativo – oserei dire disperato – di far passare gli autori delle innumerevoli stragi per malati di mente o, comunque, per persone afflitte da turbe mentali. E’ una strategia adottata con decisione soprattutto da stampa e organi d’informazione apertamente di sinistra, con significative diramazioni pure in quotidiani nazionali come “Stampa” e “Corriere della Sera”.
    Quale il senso di un occultamento così clamoroso dei fatti? Probabilmente quello di tranquillizzare l’opinione pubblica, seppellendo subito sotto una coltre di frasi inutili il sospetto che, a monte dei fucili d’assalto, dei camion lanciati su folle inermi, dei coltelli e machete usati per tagliare gole e teste, possano tutto sommato esserci delle motivazioni di odio religioso.
    L’Occidente secolarizzato ha da lungo tempo smesso di attribuire importanza alla religione, convinto che anche nel resto del pianeta fosse così. E questo a dispetto degli ammonimenti lanciati alla fine del secolo scorso dal solito e controverso Huntington, il quale aveva notato con largo anticipo i sintomi del fondamentalismo religioso che prendevano sempre più corpo soprattutto nel mondo islamico, al punto di creare una “frattura” che si sarebbe poi rivelata insanabile. La sua è però rimasta per molti anni una voce nel deserto, esecrata perché aveva osato evocare uno “scontro di civiltà”.
    Nessuno intende negare che lo stesso Occidente abbia fornito un bel contributo all’attuale esplosione di violenza, mediante le tante guerre “democratiche” (o “giuste”) e i tentativi di “esportare” la democrazia liberale in contesti che a essa restano refrattari. Tuttavia il fenomeno cui assistiamo ora con sgomento non è certo spiegabile soltanto in questi termini.
    C’è qualcosa di più che sfugge ai governanti e viene invece percepito – per quanto in modo confuso – dai cittadini comuni. E’ l’emergere di una cultura (se non vogliamo chiamarla “civiltà”) del tutto antitetica alla nostra. Una cultura che dell’intolleranza fa la propria bandiera, che crede fermamente di possedere una Verità definitiva perché calata dall’alto, che disprezza chi non condivide i suoi valori ed elimina fisicamente – senza esitazioni di sorta – i diversi in quanto ritenuti “infedeli”.
    E, già che ci siamo, mette conto sottolineare un’altra clamorosa fanfaluca propinataci dai soliti mass media, vale a dire quella che fa risalire il terrorismo a ragioni di povertà e di emarginazione sociale. In realtà gran parte degli attentatori non sono affatto poveri. Sono stati accolti in Europa e America, hanno un lavoro, beneficiano dei servizi sociali e, avendo ottenuto la cittadinanza, possiedono il nostro stesso passaporto e la nostra stessa carta d’identità. E ciò consente loro di muoversi senza problemi andando a uccidere cittadini inermi quando pensano sia giunto il momento di farlo.
    Questo è il vero problema, che dovrebbe indurre tutti a riflettere circa l’opportunità di continuare a praticare l’accoglienza totale di cui tanto parlano Papa Francesco e alcuni leader occidentali. Un’accoglienza di quel tipo non è praticabile, e insistere è solo segno di irresponsabilità.
    Nel frattempo Hollande ha notato che siamo in guerra, ma è difficile capire come possa essere vinta visto che il nemico è in casa e inviare i caccia a bombardare Siria e Iraq serve a ben poco. A chi scrive il pacifismo unilaterale che oggi spopola rammenta purtroppo altri episodi storici. Neville Chamberlain si illuse nel 1938, con la strategia della “pacificazione”, di neutralizzare Hitler. Il problema venne risolto soltanto con la politica “lacrime, sudore e sangue” promessa da Winston Churchill.