• La tensione tra verità e libertà

    La principale caratteristica degli esseri umani, che è poi quella che li distingue da tutti gli altri prodotti dell’evoluzione naturale, è la loro capacità di idealizzare e di vedere le cose non solo come sono attualmente, ma anche come potrebbero o dovrebbero essere. Questo spiega perché, ad esempio, la nostra evoluzione non è soltanto naturale e biologica, ma pure culturale e normativa.
    Ciò di cui disponiamo, in ogni particolare epoca storica, è un genere limitato di conoscenza, dove l’aggettivo “limitato” si riferisce a tutte le condizioni particolari – storiche, culturali, sociali, politiche, tecnologiche, etc. – che sono in grado di determinare gli obiettivi della nostra ricerca. Non esiste quindi la conoscenza “definitiva”.
    Quest’ultimo tipo di conoscenza, d’altro canto, è connessa alla nozione idealizzata di scienza “perfetta”. Il problema è che tanto l’ideale della scienza perfetta quanto quello della verità definitiva sono necessari al perseguimento pratico dell’impresa scientifica. Possiamo – e dobbiamo – comprendere il divario esistente tra “reale” e “ideale”. Ma nello stesso tempo, utilizzando la succitata capacità di idealizzazione e costruendo “mondi possibili”, riusciamo in qualche modo a colmare tale divario proiettandoci nelle “circostanze ideali” che renderebbero una tale operazione “possibile”.
    Ed è pure opportuno rammentare che non vi sarebbe alcuna scienza senza la nostra abilità di idealizzare e di prevedere circostanze e stati di cose possibili. Ne risulta pertanto che è errato accusare il teorico coerentista per il fatto che egli non fornisce alcuna definizione della verità. In realtà, una simile definizione non rientra nei suoi obiettivi, né egli potrebbe fornirla senza contraddirsi.
    Risulta allora difficile capire cos’altro potrebbe essere la verità se non coerenza ideale, dal momento che il fatto che una proposizione sia vera equivale al suo essere coerente rispetto a un insieme ideale di dati. Anche in questo caso è la presenza dell’idealizzazione a impedirci di ottenere – mediante la coerenza – la verità assoluta.
    Nella pratica il divario tra verità “presunta” ed “accertata” continua infatti a manifestarsi, e soltanto delle circostanze ideali (ovviamente non conseguibili praticamente) potrebbero colmarlo. E, anche nella ricerca scientifica, la separazione fra reale e ideale limita il nostro orizzonte cognitivo.
    E’ molto importante sottolineare che questa linea di ragionamento può essere applicata fruttuosamente nel campo dell’analisi politica e sociale. Lo capì molto bene Isaiah Berlin, che al tormentato rapporto tra verità e libertà ha dedicato tante delle sue pagine più belle.
    Molti sono convinti che libertà e verità siano intimamente connesse, e che non si possa essere liberi senza il possesso della verità. Tuttavia non è affatto così. Come dimostra l’esempio dei grandi sistemi totalitari e delle concezioni religiose monolitiche, che non lasciano spazio alcuno al dissenso, chi è convinto di possedere la “Verità” (con la V maiuscola), è per forza di cose portato a colpire – anche nel senso fisico del termine – tutti coloro che non concordano con i suoi schemi mentali e concettuali.
    Ne consegue che si può essere liberi soltanto costruendo un concetto limitato e parziale di verità, riconoscendo al contempo che chi è in disaccordo non dev’essere ipso facto condannato e bandito. Ogni pretesa di verità assoluta lede la libertà mia e quella altrui, facendo così svanire il bene più prezioso che gli esseri umani possiedono.