• Speranze e illusioni in Corea

    L’entusiasmo suscitato dall’improvviso cambiamento dello scenario coreano è comprensibile e giustificabile, tenendo conto del fondato timore che nella penisola asiatica possa scoppiare un conflitto atomico in grado di coinvolgere il resto del globo. E chi si permette di avanzare qualche dubbio al riguardo rischia di fare la figura del pessimista per partito preso. Ma un minimo di prudenza è necessario, se si rammenta la natura dei due Stati che attualmente si dividono quel territorio.
    Innanzitutto è legittimo chiedersi – e tutti in effetti l’hanno fatto – perché Kim Jong-un abbia d’un tratto rovesciato la sua politica estera bandendo missili e minacce, e giungendo addirittura a ipotizzare una rinuncia alle armi nucleari (anche se a questo in pratica nessuno crede). Timore che l’imprevedibile Trump scatenasse davvero un attacco preventivo? Oppure le pressioni cinesi sono state molto più forti e ultimative di quanto trapelato dai mass media?
    Probabilmente si tratta di un mix di entrambi gli elementi. Il tycoon newyorkese ha già dimostrato di non temere le reazioni internazionali quando ha in animo di condurre azioni eclatanti, e nel caso non gli sarebbe mancato l’appoggio dei tanti falchi interni alla sua amministrazione tipo John Bolton o esterni come Edward Luttwak. D’altro canto è noto che la Cina è davvero in grado di esercitare un’influenza decisiva su Pyongyang, e Xi Jinping ha ritenuto che fosse giunto il momento di calare l’asso.
    Tuttavia è opportuno porsi un interrogativo fondamentale: sono in grado Kim e il suo circolo di fedelissimi di mantenere il potere se la Corea del Nord comincia a perdere le sue caratteristiche fondamentali? Rammentiamo infatti che, caso più unico che raro, il Paese è governato a partire dal lontano 1948 da una vera e propria dinastia, essendo l’attuale leader figlio del predecessore Kim Jong-il, e nipote del fondatore della Repubblica Democratica di Corea Kim Il-sung. Non solo. Il consigliere più fidato del giovane Kim, nonché numero due del regime, è proprio sua sorella Kim Yo-jong. Qualcuno la chiama “dinastia comunista”, ma l’espressione è di per sé un ossimoro poiché in teoria non dovrebbe esistere alcunché di simile, pena la contraddizione immediata.
    La domanda di cui sopra non è peregrina ove si rammenti che, mediante un apparato propagandistico capillare e onnipresente, il regime diffonde sin dall’infanzia l’idea che la famiglia “regni” grazie a una sorta d’investitura divina. I media nordcoreani sostengono tuttora che il “Presidente eterno”, Kim Il-sung, dall’al di là protegge la Corea del Nord con la sua immensa bontà e infinita saggezza. In sostanza, è arduo capire come la dinastia potrebbe sopravvivere se, da un giorno all’altro, venisse detto ai cittadini che il fondatore era (o è, visto che vive) un comune mortale come tutti gli altri, da cui sorgerebbero dubbi evidenti circa la stessa legittimità del governo familiare.
    E non basta. La Corea del Nord non è certo l’unico Paese a regime monopartitico. Lo è pure la Cina, ma con un’importante differenza. A Pechino vi sono i “principi rossi” come lo stesso Xi Jinping, rampolli di coloro che combatterono con Mao durante la Lunga Marcia. Non esiste però un potere che passa da padre in figlio/a, bensì la condivisione del potere in un gruppo che, pur sempre ristretto, consente comunque un certo ricambio ai vertici. Così stando le cose, nessun ricambio è invece possibile a Pyongyang, giacché il potere spetta solo ai Kim. Finora, ma che succede se il Paese si apre in qualche modo all’esterno iniziando a comunicare con il Sud? Riuscirà ancora il giovane leader ad autolegittimarsi facendo ricorso all’autorità del nonno Kim Il-sung, il Presidente eterno?
    Come si vede i dubbi sono più che legittimi. Un regime di questo tipo ha bisogno, per continuare a sussistere, di una società chiusa ermeticamente, nella quale le novità provenienti dall’esterno vengono subito proibite. Se si procede verso una forma di apertura, anche molto limitata, è lecito ipotizzare che la famiglia Kim non sopravviverà, e che la totale autarchia teorizzata dallo “Juche” si rivelerà per ciò che è: l’ennesima forma di utopia.