• Il saggio di Sergio Romano su Putin

    Si fa un gran parlare, in questo periodo, del presunto aiuto che gli hackers russi avrebbero fornito a Donald Trump durante la campagna elettorale americana. Anzi, secondo parecchi analisti il tycoon non avrebbe vinto senza il supporto di Mosca e, com’è noto, la polemica al riguardo sta infuriando negli Stati Uniti. Al punto che qualcuno già prefigura il procedimento di “impeachment” per il neopresidente. Difficile che tale ipotesi si concretizzi, ma è comunque un segno della contrapposizione estrema tra i due schieramenti negli Usa.
    Sul banco degli accusati siede pure Vladimir Putin, secondo molti il vero mandante della campagna di hackeraggio che ha determinato la sconfitta di Hillary Clinton, i cui rapporti con il leader russo erano a dir poco pessimi (ancor peggiori di quelli che egli intratteneva con l’ex presidente Obama).
    Putin è un personaggio abile e spregiudicato, abituato a muoversi con la logica della forza (anche militare) e a spianare gli ostacoli che a suo avviso impediscono alla Russia di avere nel contesto mondiale il ruolo che merita. Ma è pure un personaggio difficile da interpretare, soprattutto per gli occidentali.
    Un libro di Sergio Romano, “Putin e la ricostruzione della grande Russia” (Longanesi 2016) è senz’altro utile per capire la personalità dell’attuale presidente russo, anche se, a lettura ultimata, tanti dubbi restano e l’interpretazione non è certo più agevole di prima.
    Ambasciatore a Mosca negli anni 1985-89, Sergio Romano concluse proprio nella ex Unione Sovietica la sua carriera diplomatica, e di quel periodo ha ricordi molto netti. In una precedente opera ha addirittura tessuto un elogio della Guerra Fredda, sostenendo che l’equilibrio del terrore allora vigente tra le due superpotenze era comunque preferibile al caos odierno, dove è spesso impossibile capire cosa succede e ancor più arduo trovare il modo per disinnescare i conflitti attuali o potenziali. Una tesi controversa, che accomuna la sua analisi a quella di Henry Kissinger.
    Dal libro uno si attenderebbe di trarre spunti atti a meglio comprendere, per l’appunto, la personalità di Putin, ma non è proprio così. Almeno nel senso che non vi sono grandi novità rispetto a quanto già si sapeva. L’autore ripercorre la biografia putiniana che – a dire il vero – presenta tuttora numerosi lati oscuri e mai completamente chiariti.
    Ecco quindi la carriera nei servizi segreti sovietici prima e poi russi, nei quali egli arriva presto a ricoprire posizioni di vertice. Segue l’accento sulla continuità della storia russa, e dalle pagine di Romano si evince (ma si sapeva già) che Putin è più nostalgico dell’impero zarista (“un impero che, nel corso di quattro secoli, si è ampliato al ritmo di circa 150 chilometri quadrati al giorno, più di 50.000 all’anno” (p. 77), che della ex URSS. Né mancano i doverosi accenni alla ritrovata sintonia con la Chiesa ortodossa, e alla necessità di non sminuire troppo il ruolo di Stalin facendo sì che il dittatore georgiano continui a essere parte del Pantheon russo.
    Note anche le influenze culturali, da Lev Gumilev a Nikolaj Berdjaev (quest’ultima un po’ controversa), al contemporaneo Aleksandr Dugin, suo consigliere per un certo periodo. Putin ha comunque sempre puntato sul concetto di Eurasia, un’ipotetica unione di parti dell’Europa e dell’Asia da contrapporre all’alleanza tra Stati Uniti ed Europa occidentale, al fine di evitare l’accerchiamento della Russia e a costo di venire a patti con l’antico avversario cinese.
    Sorprende, tuttavia, la “Conclusione” del volume. Si chiede l’autore se “la democrazia è ancora un modello virtuoso che l’Europa delle democrazie malate e gli Stati Uniti delle sciagurate avventure mediorientali e del nuovo razzismo hanno il diritto di proporre alla Russia. Dovremmo piuttosto chiederci se all’origine dell’autoritarismo di Putin non vi sia anche la pessima immagine che le democrazie stanno dando di se stesse” (p. 145).
    Tutto questo dopo aver riconosciuto che per tanti aspetti il leader russo appartiene a un club frequentato, tra gli altri, da Erdogan, Kaczynski e Xi Jinping. Non si capisce però per quale motivo l’attuale cattivo funzionamento delle democrazie liberali dovrebbe fornire agli autocrati di ogni tipo la giustificazione a comportarsi come tali.