• Ricolfi e il populismo

    Luca Ricolfi ha da poco pubblicato un saggio molto interessante e giunto in breve tempo alla seconda edizione. S’intitola “Sinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era dei populismi” (Longanesi, Milano). L’autore cerca – con successo – di inquadrare in modo serio il fenomeno del cosiddetto “populismo”, termine oggi molto usato senza tuttavia avere idee chiare circa il suo significato (ammesso che ne esista solo uno).
    In estrema sintesi, Ricolfi afferma che il successo dei movimenti populisti è dovuto a una richiesta di “protezione” che viene da ampi strati della società, richiesta però ignorata dai partiti tradizionali e, in primis, da quelli di sinistra. Protezione, da un lato, dagli effetti devastanti della globalizzazione che ha sconvolto il mercato del lavoro e, dall’altro, dall’immigrazione incontrollata (senza “se” e senza “ma”) che mette in crisi identità e culture radicate in ogni nazione occidentale.
    Gli spunti originali presenti nel libro sono tanti, ma pare a chi scrive che l’autore analizzi con particolare acume un altro fenomeno associato al populismo, ovvero la diffusione a macchia d’olio nell’intero Occidente del linguaggio “politicamente corretto”, di origine americana e poi passato in Europa con una rapidissima avanzata che ha in pratica spezzato ogni resistenza.
    Quando si nomina questo tema molti interlocutori alzano gli occhi al cielo come se si parlasse di qualcosa che non esiste. Ricolfi è convinto del contrario giacché, a suo avviso, l’avvento del politicamente corretto ha addirittura sovvertito i termini della lotta politica invadendo scuola, università, mass media, letteratura e diritto. Ne consegue che “né il conflitto politico né la vita quotidiana sono stati più quelli di prima. Il conflitto politico, perché l’arma impropria del politicamente corretto era in mano a una delle due parti in lotta, che ha cominciato a usarla contro l’altra come un arbitro sventola il cartellino giallo. La vita quotidiana perché l’adesione al politicamente corretto è divenuta, poco per volta, un segno di distinzione e di superiorità a disposizione di chiunque volesse esibirlo” (pp. 176-77).
    Se poi si chiede come mai il politicamente corretto abbia sedotto intellettuali e ceti privilegiati e non quello che l’autore definisce il “mondo di sotto”, Ricolfi risponde che “ha sedotto i ceti del mondo di sopra perché a essi non costa quasi nulla, e nello stesso tempo è un formidabile generatore di autostima e di prestigio sociale” (ibid). Si dà però il caso che i costi della raffinata generosità liberal (nel senso Usa del termine) siano invece elevati per coloro che si collocano ai gradini più bassi della scala sociale.
    Ne è nato un nuovo senso comune adottato, tuttavia, solo da una parte della società, e proprio quella che ha maggiore influenza nei mass media e nei mezzi di comunicazione in genere. L’autore avanza anche l’ipotesi che la mentalità “liberal” abbia cercato di diventare essa stessa un nuovo senso comune con l’intento di sradicare il vecchio, e che la crescita del multiforme fenomeno populista sia una risposta (o un tentativo di risposta) a tale tendenza. Oltre ai casi di numerosi Paesi europei, Ricolfi cita a più riprese gli Stati Uniti trovando nella vittoria di Trump su una tipica esponente dell’establishment come Hillary Clinton la conferma dell’ipotesi di cui sopra.
    Permane, sullo sfondo, l’interrogativo che viene naturale porsi tanto in America quanto in Europa. Fermo restando che i populisti sono in genere assai abili nel distruggere, lo sono altrettanto nel costruire? E’ lecito più di un dubbio osservando il comportamento di Donald Trump, mentre sul suolo europeo parecchie perplessità sono destate da alcune nazioni che in precedenza facevano parte del blocco sovietico. Il merito principale del libro è comunque l’analisi attenta e disincantata dei motivi che hanno allontanato i partiti classici (e in particolare quelli di sinistra) dal loro elettorato tradizionale.