• Kazakhstan: Nazarbayev se ne va

    Ha destato impressione la notizia che Nursultan Nazarbayev, padre padrone del Kazakhstan dal lontano 1990, ha deciso di dimettersi lasciando spazio al suo vice Kasym-Zhomart Tokayev che assumerà la presidenza ad interim. Tanto più notando che il leader, nato nel 1940, ha “solo” 78 anni, un’età che molti al giorno d’oggi considerano ancora giovanile. Tokayev, dal canto suo, ne ha 65.
    Potrebbe sembrare, questa, una notizia trascurabile, ma non è affatto così. Il Kazakhstan è infatti la maggiore delle Repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale. Dotata di un territorio enorme, poco meno di 3 milioni di km quadrati, è tuttavia scarsamente popolata: 17,5 milioni di abitanti.
    Già ai tempi della ex Urss veniva considerata una Repubblica-chiave della Federazione, più importante delle contigue Turkmenistan, Uzbekistan e Kyrgyzstan. E, non a caso, è quella in cui l’influenza russa (e sovietica) è ancora molto forte. Prima di annunciare ufficialmente le sue dimissioni, Nazarbayev ne ha parlato con Vladimir Putin e i due hanno concordato sulla necessità di continuare la politica di amicizia tra Astana e Mosca.
    Del resto il russo continua a essere la lingua veicolare, anche se il governo negli ultimi anni ha incoraggiato l’uso di quella nazionale. Se tuttavia prendete un taxi o dovete acquistare un biglietto del bus, noterete subito che i locali vi parlano in russo, e alcuni passano sorridendo all’inglese se si rendono conto che lo straniero non capisce. Difficile invece che vi si rivolgano in kazako, lingua utilizzata soprattutto – sempre in abbinamento con il russo – nelle cerimonia ufficiali.
    Tuttavia non sono soltanto la grande estensione territoriale e le immense risorse naturali – petrolio e gas in primo luogo – a determinare l’importanza di questo Paese, anche se è opportuno rammentare che il Kazakhstan possedeva ben il 60% delle risorse minerarie della ex Unione Sovietica.
    E’ diventato pure uno snodo centrale dell’attuale geopolitica. Cominciamo dalla lingua, giacché il kazako è una lingua di ceppo turco, e il governo di Istanbul ha compiuto grandi sforzi per aumentarne la diffusione viste le ambizioni di grande potenza regionale che la Turchia mette in campo da quando Erdogan è giunto al potere.
    Ancora più decisiva è la vicinanza della Cina, che con il Kazakhstan ha un lungo tratto di confine in comune. Fu proprio nella capitale kazaka Astana che Xi Jinping diede il primo annuncio della “One Belt One Road Initiative”, il progetto della “Nuova via della seta” che sta ora turbando parecchio Donald Trump e la sua amministrazione.
    La RPC anche in questo contesto sta praticando una strategia di espansione economica e commerciale che potrebbe presto trasformarsi in espansione politica e ideologica. Proprio il leader dimissionario ha firmato un accordo per affittare vaste porzioni di territorio kazako a imprenditori cinesi, che vorrebbero insediarvi loro contadini per coltivare la terra. Ne sono seguite critiche e manifestazioni di piazza, non in grado di impensierire seriamente il potere visto il controllo pressoché assoluto esercitato dal partito dello stesso Nazarbayev.
    Va citata, infine, la politica di repressione del fondamentalismo islamico pur presente nel Paese (molti i foreign fighters kazaki presenti in Siria e Iraq). Ulteriore elemento, questo, che spiega lo stretto rapporto tra Nazarbayev e Putin. Il successore designato, Kasym-Zhomart Tokayev, ha già annunciato di voler percorrere la stessa strada.
    Il Kazakhstan è una pedina fondamentale anche nel nuovo “grande gioco” che si sta manifestando tra Russia e Cina, nominalmente alleate ma sempre sospettose l’una dell’altra. Il suo territorio venne conquistato dagli zar tra il 1820 e il 1850, e in seguito fu praticata una politica di “russificazione”, tuttora testimoniata dalla popolazione di etnia russa che ammonta a circa il 24% del totale. Ed è noto che la Repubblica Popolare Cinese considera innaturale la presenza russa nei territori ad essa contigui.