• I pensieri di Achille Occhetto

    Non siamo più abituati a politici che scrivono volumi di grande respiro cercando di “fare cultura” nel senso alto del termine. Quelli attuali pubblicano al massimo dei pamphlet dedicati a temi di stretta attualità, oppure volti a convincere il pubblico della bontà del loro programma elettorale. Desta quindi una certa sorpresa l’uscita del libro di Achille Occhetto “Pensieri di un ottuagenario. Alla ricerca della libertà nell’uomo” (Sellerio editore, Palermo).
    Com’è noto, l’autore è stato l’ultimo segretario del PCI e il primo del PDS, nonché promotore della celebre “svolta della Bolognina” che nel 1989, in concidenza con la caduta del Muro di Berlino, avviò il processo di scioglimento del maggior partito comunista del mondo occidentale e la nascita del Partito Democratico della Sinistra. Pur non essendo più attivo dal punto di vista politico, ha continuato a seguire le traversie della sinistra fino all’ultima scissione del PD, che del vecchio PDS è l’erede naturale.
    Prima ho definito “sorprendente” il suo libro ma, pensandoci bene, l’aggettivo non è adatto. Occhetto appartiene infatti a una generazione politica in progressiva scomparsa, sostituita da un’altra che allo studio e all’analisi precisa preferisce la presenza costante – e a volte ossessiva – sui social network. In linea, del resto, con il cambiamento dell’elettorato, anch’esso ormai dipendente da internet e portato ad apprezzare i tweet e i post su Facebook piuttosto che i pensieri affidati a libri o articoli di peso.
    Nelle pagine del volume l’autore sfrutta i suoi studi filosofici giovanili per affrontare un tema cruciale per tutti noi, politici e non: quello assai antico del libero arbitrio. Si chiede infatti, sulla scorta di quanto oggi vanno dicendo i neuroscienziati, se le nostre azioni siano davvero libere (nel senso di dipendere soltanto dalla volontà dell’agente che le compie), oppure se siano predeterminate sin dall’inizio del tempi. Si tratta del problema, già dibattuto nella filosofia antica e medievale, dei “futuri contingenti”: quale valore di verità dev’essere attribuito alle proposizioni che riguardano il futuro? Se decidiamo che sono già vere o false ora, è ovvio che le azioni umane non sono affatto libere. Per esserlo, dobbiamo attribuire loro un valore di verità “indeterminato”, con il che si salvaguarda per l’appunto la nostra libertà d’azione. E proprio sulla base di simili considerazioni alcuni studiosi hanno dato vita a sistemi logici “polivalenti”, non più fondati sulla classica dicotomia Vero/Falso.
    Parrebbero questioni astratte, ma Occhetto dimostra che non è affatto così. L’impegno politico si basa, in fondo, sulla capacità umana di scegliere un corso d’azione piuttosto che un altro, prefigurando il futuro nel senso che noi vogliamo. Altrimenti quale senso avrebbe l’impegno politico poc’anzi nominato? Nessuno, ovviamente, giacché tutto è già scritto ab initio. E proprio qui risiede la novità del libro di cui sto parlando. L’ex segretario del PCI e PDS non si limita infatti a citare i filosofi, ma compie continue incursioni in campo scientifico basandosi soprattutto su opere divulgative di scienziati quali – tra gli altri – Stephen Hawking, Carlo Rovelli e Edoardo Boncinelli, che cercano (con successo) di spiegare al grande pubblico il significato della loro opera.
    Non è una novità da poco per chi, come lo stesso Occhetto, ha una formazione prettamente umanistica. Come egli riconosce il valore della scienza gli venne spiegato, quando era studente alla Statale di Milano, da Ludovico Geymonat, il fondatore della filosofia della scienza in Italia. Il volume ha dunque una valenza epistemologica che non può che fare piacere a chi, come il sottoscritto, tale disciplina insegna in ambito universitario.
    Occhetto non è un ingenuo e non prende per oro colato ciò che affermano gli scienziati nei loro libri divulgativi. In altre parole è ben cosciente dei limiti della scienza e del fallibilismo di fondo che inevitabilmente ne segna il percorso. Osserva però che “i politici devono riprendere a pensare” (p. 27), presupponendo quindi che tanti di quelli odierni non lo facciano. Per pensare, tuttavia, occorre abbinare scienza e filosofia, e ciò “per ridare alla politica stessa il desiderio di pensieri lunghi, anche per individuare meglio gli obiettivi epocali di cui nutrirsi, e su cui fondare un nuovo modo di essere della prassi e dell’impegno (ibid.)”.
    Parole al vento, considerando la situazione attuale? Forse, ma forse no. A Occhetto va il merito di aver posto il problema scrivendo un libro denso e meditato, ma in fondo di agevole lettura. Il proverbiale sasso nello stagno che può agitare acque sin troppo stagnanti.