• I difficili rapporti tra Islam e Cina

    Anche in Cina il problema dei rapporti con le comunità islamiche si manifesta, per quanto le autorità si sforzino di tenerlo sotto controllo e di far trapelare all’estero informazioni con il contagocce.
    Già sappiamo di attentati di matrice islamista avvenuti negli ultimi anni, uno addirittura a Pechino in piazza Tienanmen. Ed è pure nota la tensione permanente nella regione dello Xinjiang, dove il 46% della popolazione è costituita dagli Uiguri di etnia turcofona e di religione islamica.
    Questa volta, però, ad essere coinvolta è un’altra minoranza, più pacifica e molto più simile agli Han, l’etnia cinese classica. Si tratta degli Hui, un gruppo moderato che si distingue solo per il rifiuto di consumare carne di maiale e per il velo portato dalla maggioranza delle donne.
    A scatenare la loro protesta è il progetto governativo di demolire la grande moschea di Weizhou, un vasto complesso con sette minareti e costruito in stile arabo (mentre le altre moschee cinesi sono più anonime dal punto di vista architettonico).
    Si è quindi arrivati a uno scontro che, insolitamente, ha trovato eco negli organi di informazione nazionali cinesi. Pechino – con piglio “salviniano” – minaccia di ricorrere alle ruspe, al che gli Hui hanno replicato che la loro grande moschea non si tocca perché va bene così, con i sette minareti e tutto il resto.
    A ciò va aggiunto che le autorità locali avevano a suo tempo concesso i permessi di costruzione, atto considerato illegittimo dal governo centrale che minaccia punizioni severe per i funzionari responsabili.
    E’ presto per dire come finirà. Il partito comunista cinese non si è mai fatto scrupolo di reprimere, anche con estrema violenza, ogni manifestazione di indipendentismo, sia esso nazionale, etnico o religioso. Ne sanno qualcosa i buddhisti tibetani e, per l’appunto, gli Uiguri. Per non parlare delle ricorrenti persecuzioni anti-cristiane (senza alcuna differenza tra cattolici e protestanti).
    Ma con gli Hui è diverso, giacché si tratta, come dicevo prima, di una comunità pacifica che non ha mai fornito pretesti per la repressione. E’ ovvio che, se le ruspe entreranno davvero in funzione, ne andrà di mezzo la pace sociale e la coesistenza con le tante minoranze che popolano l’immenso Paese asiatico.
    E’ interessante notare che i giornali cinesi ufficiali trattano il caso con molta circospezione, pur insistendo sulla necessità che le attività religiose si adeguino alle norme statali che valgono per tutti. In particolare, viene negata la libertà di costruire luoghi di culto che non rispettino le norme suddette.
    Si insiste sulla salvaguardia degli “interessi nazionali”, e sull’opportunità di raggiungere l’ “unità nazionale” (evidentemente non ancora conseguita). Le autorità locali, viene ribadito, pur nel rispetto della libertà religiosa, devono educare i cittadini a comprendere che la gestione delle attività religiose rientra a pieno titolo tra i compiti che spettano al governo statale.
    E, dulcis in fundo, non manca l’accenno all’indispensabile salvaguardia della “armonia della società nel suo complesso”, espressione tipicamente confuciana che Xi Jinping e l’attuale gruppo dirigente non si stancano di ripetere nei congressi e nelle più varie occasioni.
    Resta da vedere se, e fino a che punto, i finora pacifici Hui si adegueranno a tali direttive. I segnali non sono affatto incoraggianti, e ciò dimostra ancora una volta che, a dispetto del suo apparente monolitismo, la Repubblica Popolare è in realtà una polveriera dove, spesso, il bastone è preferito alla carota.