• Hong Kong e il desiderio di libertà

    Nonostante le apparenze, chi rischia di più a Hong Kong è la Repubblica Popolare Cinese, e non gli abitanti – o almeno la loro maggioranza – della ex colonia britannica. Può sembrare, questa, un’affermazione strana considerando lo squilibrio delle forze in campo. Eppure è sufficiente un breve ragionamento per capire perché le cose stanno davvero così.
    I milioni di cittadini che scendono in strada affrontando le cariche della polizia hanno capito che, a questo punto, non hanno granché da perdere. Se riusciranno ad evitare la completa assimilazione della città-isola alla Repubblica Popolare avranno conseguito il loro scopo, ma allo stato dei fatti non pare una soluzione probabile.
    Se invece Pechino optasse per una linea veramente dura, ai suddetti cittadini spetterebbe il merito di aver costretto la seconda potenza mondiale a gettare la maschera pacifica indossata negli ultimi decenni. Questo rivelerebbe al mondo un volto dittatoriale che in sostanza già si conosce, anche se l’abilità della leadership cinese ha in molti casi evitato le conseguenze peggiori.
    La posta in gioco è enorme. Xi Jinping e il gruppo dirigente del Partito Comunista stanno cercando di accreditare in ogni modo l’immagine di una Cina che punta tutto sull’espansione economica e commerciale, senza coltivare mire aggressive. Parte essenziale di tale immagine è il presupposto di un Paese unito e pacifico, intento ad accelerare il percorso che in teoria dovrebbe portarlo a diventare la prima superpotenza globale, superando addirittura gli Stati Uniti.
    La piccola Hong Kong, avendo sperimentato – per quanto in modo non completo – la democrazia liberale britannica, mette a nudo un fatto fondamentale. Dopo aver conquistato il Paese nel 1949 sconfiggendo i nazionalisti, il Partito Comunista cinese non ha mai lasciato il potere né ha consentito che altre formazioni politiche lo contendessero. La situazione, pur tra vicissitudini varie, non è mai mutata, e ai giovani viene insegnato che la fonte del potere è la Lunga Marcia che consentì a Mao Zedong di gettare le fondamenta del nuovo Stato cinese.
    C’è però stanchezza nella popolazione e soprattutto tra i giovani. Il maoismo, così popolare anche da noi all’epoca della contestazione, non è più percepito come forza vitale, e le parole d’ordine della versione cinesizzata del marxismo hanno perduto il loro fascino. Al Partito non resta dunque altra alternativa se non il controllo ferreo della politica e della società, controllo del resto esercitato con grande efficacia.
    Ecco perché la leadership di Pechino, pur con molta prudenza, fa capire di non escludere l’opzione repressiva, osservando che i soldati di quello che si chiama ancora – come ai tempi di Mao – Esercito Popolare di Liberazione potrebbero anche uscire dalle caserme situate nella stessa Hong Kong. A quel punto non si può escludere una riedizione del massacro di Piazza Tienanmen, avvenuto nel 1989.
    Tuttavia oggi, ai tempi dei social network, l’impatto sull’immagine della Cina sarebbe ancora maggiore, seppellendo in modo definitivo la leggenda di un Paese al contempo potente, pacifico e saggio. Probabilmente i manifestanti mirano proprio a questo risultato, sapendo che Pechino non ha molte carte da giocare.
    Se è vero, come riferiscono i media, che contro i cittadini si è fatto ricorso addirittura alle Triadi, la mafia locale, è evidente che per Xi Jinping le alternative a disposizione sono davvero scarse. Anche se la repressione dura causerebbe, come già detto, il tramonto definitivo dell’immagine buonista della RPC. Forse è giunto il momento, per la Cina, di fare sul serio i conti con il suo recente passato.