• La crisi globale dell’istruzione superiore

    C’era un tempo in cui, parlando del grave stato di crisi delle nostre università, si aveva almeno la (magra) consolazione di invocare gli esempi di altri Paesi virtuosi in cui il sistema universitario invece funziona. Ovviamente nessuno osava dire che all’estero ci fosse la perfezione in questo settore. Tuttavia lo squilibrio tra noi e gli altri sembrava così forte da non lasciare spazio a dubbi.
    Esempio classico gli Stati Uniti dove, accanto a un alto numero di college mediocri, è da sempre presente una fitta rete di atenei il cui prestigio non diminuisce mai. Tutt’al più perdono, in un certo anno, alcuni punti in classifica. Harvard può passare dal primo al terzo posto, Princeton dal secondo al quarto, UCLA dal sesto al settimo, e via dicendo. Ma la sostanza non cambia o, almeno, non cambiava. La solidità del quadro complessivo era tale da destare l’invidia di gran parte del resto del mondo, e degli italiani in primis.
    Ora anche la magra consolazione di cui sopra non è più disponibile. Si parla apertamente, infatti, di un possibile collasso del sistema universitario USA mettendo in luce fatti che erano in fondo già noti, ma attribuendo a essi un rilievo che nessuno finora aveva osato porre in piena luce. Cosa sta dunque accadendo in quello che è da sempre considerato il paradiso dell’istruzione universitaria? Cerco di spiegarlo con parole semplici.
    Nonostante nelle classifiche mondiali più della metà degli atenei top siano per l’appunto americani, e pur restando altissimo il loro profilo scientifico, cresce la preoccupazione circa le prospettive future. Un titolo universitario ottenuto negli Stati Uniti è sempre stato considerato come il migliore strumento per ottenere un buon lavoro e avere successo nella vita. Ora ci si accorge che non è più così, e le cause sono molteplici. Le tasse continuano a crescere e aumenta, al contempo, l’indebitamento degli studenti (del quale parlerò tra poco). Calano inoltre i finanziamenti pubblici e privati, mentre si diffonde tra gli studenti la sensazione che il denaro investito nell’istruzione accademica non sia destinato – almeno nella maggior parte dei casi – a produrre i risultati sperati.
    Cominciamo dall’indebitamento studentesco, concetto di cui in Italia è difficile comprendere il significato. Da noi l’istruzione universitaria è quasi sempre pagata dalle famiglie, ed è possibile farvi fronte perché, a differenza di quanto molti affermano, la tassazione è relativamente bassa. Si tratta pur sempre di un sacrificio per il budget familiare dei più, ma esso risulta tutto sommato affrontabile per chi ha a cuore il futuro dei figli.
    Non così negli USA, dove la tassazione media è passata da 1200 dollari negli anni ’70 a oltre 12.000 dollari. Cifra di tutto rispetto e che non può essere affrontata da un normale nucleo familiare. Naturalmente mi riferisco alle università di medio livello, dal momento che in quelle più celebri le tasse sono assai superiori. Di fronte a tale situazione negli USA è stata inaugurata anni fa la politica dei “prestiti d’onore”. Ai giovani che iniziano il percorso universitario viene concesso un prestito per pagarsi gli studi, con l’intesa che esso verrà restituito a laurea (e occupazione) conseguita. Idea senza dubbio brillante, che molti in Italia vorrebbero copiare.
    C’è però un problema, e non di poco conto. L’idea funziona se il mercato del lavoro gode di buona salute ed è in grado di assorbire senza difficoltà la grande massa di laureati che ogni anno gli atenei americani – proprio come i nostri – sfornano. Si dà però il caso che, come accade in Italia, il mercato richieda in misura crescente professionalità che non presuppongono una laurea.
    Per farla breve, l’indebitamento degli studenti americani è cresciuto in misura esponenziale nell’ultimo decennio giungendo alla mastodontica cifra di 42 miliardi di dollari (dati forniti dalla Federal Reserve). Ma non è finita. L’insolvenza studentesca è ormai arrivata all’11% e tende ad aumentare, inducendo così la “Fed” a considerarla un dato strutturale. Si parla anche di “bolla del debito studentesco”, utilizzando un termine come “bolla” che fa venire i brividi rammentando le cicliche vicissitudini dei mercati finanziari. Due terzi degli studenti americani sono indebitati e le banche cominciano a dubitare che il denaro prestato possa essere restituito in futuro. Un quadro, insomma, che rammenta da vicino altre bolle recenti dell’economia USA, per esempio quella dei mutui. E, in entrambi i casi, si fa notare che i prestiti sono stati concessi con troppa facilità e senza adeguate garanzie.
    Ne consegue tra l’altro l’aumento sempre più evidente degli studenti che rinunciano alla laurea poiché si rendono conto del rischio altissimo che corrono. Per ogni anno di studio il debito cresce parecchio, e il mercato del lavoro non fornisce alcuna garanzia circa l’effettiva spendibilità del titolo conseguito. Di qui il diffondersi di un movimento che si chiama “No college movement”, il quale fa notare che molti miliardari USA non sono affatto laureati e diffonde lo slogan che non è necessaria una laurea per avere successo. Interessante pure rilevare che ormai si parla di “possibile collasso” del sistema universitario anche negli Stati Uniti.
    All’inizio parlavo di magra consolazione per gli italiani, e ora dovrebbe essere chiaro perché ho usato tale espressione. E’ noto che molti dei nostri atenei rischiano il default, e le cause sono ovviamente diverse. Nel nostro Paese l’eventuale default si deve al fatto che il governo non dispone più delle somme necessarie a finanziare una università pubblica di grandi dimensioni. Negli Stati Uniti una delle cause è da ricercare nell’eccessiva facilità con cui le banche hanno concesso i prestiti d’onore, presupponendo che il mercato del lavoro avrebbe continuato ad assorbire laureati all’infinito, mentre si è invece arrivati alla saturazione.
    Cause diverse, ma risultati abbastanza simili. Si spera che, se in Italia sarà effettivamente imboccata su larga scala la strada dei prestiti d’onore, essa venga percorsa con maggiore prudenza. Resta però il problema di fondo che – almeno in questo caso – ci accomuna al colosso americano. E’ giunto il momento di ripensare ovunque la politica dell’istruzione, incoraggiando i giovani a seguire percorsi professionali (anche non universitari) che li pongano nella condizione di accedere con minori difficoltà al mercato del lavoro.