• Le cornamuse allarmano la UE

    Ora che gli scozzesi hanno espresso a maggioranza il desiderio di restare nel Regno Unito e di farsi ancora chiamare “britannici”, confesso – con timore e tremore – di aver sperato in un risultato diverso. Con timore e tremore perché ammetto di essere un anglofilo convinto e mai pentito, di amare lingua e cultura inglesi, di sognare che qualche pallido riflesso di Oxford e Cambridge possa un giorno riverberarsi sui nostri atenei.
    Eppure, con molti tormenti, auspicavo in cuor mio che la Scozia scegliesse una strada diversa non tanto per danneggiare Sua Maestà, quanto per dare finalmente uno scossone salutare a quel pachiderma che si chiama Unione Europea (e che alcuni si ostinano a confondere con l’Europa in quanto tale).
    Ebbene sì. Non ho alcuna simpatia per le “piccole patrie” né per movimenti come la nostra Lega e altri partiti indipendentisti che più o meno le assomigliano. Ritengo che l’ideale europeo conservi tuttora una validità indiscussa, ovviamente pensando a quello che avevano in mente i padri fondatori. E credo che nel mondo attuale sia meglio unirsi piuttosto che dividersi.
    Come ignorare, tuttavia, che la UE sta fornendo la prova più eclatante di cosa possa diventare un apparato burocratico pressoché onnipotente e senz’anima, privo di un vero sostegno popolare e tutto ripiegato sui suoi giochi interni che poco o nulla interessano ai cittadini che formalmente ne fanno parte?
    E proprio qui sta il punto. I ragionieri svolgono nella società un ruolo importantissimo poiché sanno fare i conti, e ne abbiamo bisogno. Non possono però sostituirsi alla politica basata sulla volontà popolare, una politica ispirata da idee alte e capace di attirare il consenso delle masse (europee, in questo caso). E invece oggi abbiamo un’Europa nella quale i ragionieri hanno sempre e comunque l’ultima parola.
    Non basta ancora. L’Unione non ha una politica della difesa e una politica estera. Se talvolta qualcosa di simile si manifesta è grazie alle sollecitazioni – o alle pressioni, se si preferisce – americane. E questo può anche andar bene visto che gli Stati europei hanno sempre avuto Washington quale punto di riferimento (magari con un Presidente un po’ migliore di Barack Obama). Non va più bene, invece, se uno dei suddetti Stati acquista un peso tale da diventare una vera e propria egemonia com’è accaduto con la Germania. Colpa degli altri? Può darsi, ma resta il fatto che il dominio di Berlino e Francoforte è l’esatto contrario dello spirito che aveva indotto nel primo dopoguerra alcune grandi figure ad avviare il processo di unificazione.
    Ecco perché speravo che le cornamuse dessero la sveglia a tutti, facendo capire che così non si può andare avanti. Ho cullato per un attimo il sogno che il loro suono austero e lamentoso facesse volare gli stracci nei palazzoni di Bruxelles, inducendo i burosauri come l’eterno Barroso o i giovani rampanti come il finnico Katainen a capire che non può esistere un’Europa intenta solo a far di conto mentre il mondo esterno – che spesso è anche interno alla stessa Unione – sta bruciando.
    Non è andata, pazienza. Anche se la paura è stata grande, tanto da indurre subito Cameron a parlare di devolution. E l’allarme non è affatto cessato, poiché non credo che i catalani rinunceranno al loro referendum dopo il risultato scozzese. E’ chiaro, almeno a mio avviso, che l’Unione Europea (o, meglio, l’apparato burocratico al quale attribuiamo tale nome) dovrà darsi, come si suol dire, una mossa per evitare che i problemi si incancreniscano.
    In caso contrario è inevitabile che, nonostante i prevedibili costi (non solo economici) alcuni Paesi membri decidano prima o poi di andare per la propria strada, accettando i rischi di una simile scelta. Rischi probabilmente minori di quanto molti vorrebbero far credere all’opinione pubblica. Nel frattempo mi consolo col pensiero che l’Union Jack non sparirà, ma questa è solo una soddisfazione personale e i veri problemi stanno altrove.