• Coppe di calcio calcio e diritti femminili

    E’ opportuno chiedersi se era davvero necessaria una partita di calcio per accorgersi della tragica condizione delle donne in tanti Paesi del mondo. La risposta è ovviamente negativa, poiché di tale condizione si sa in pratica tutto, e da molto tempo.
    Eppure è stata proprio la finale della Supercoppa italiana tra Juventus e Milan, che si giocherà a Gedda il 16 gennaio, il detonatore che ha scatenato in casa nostra una miriade di polemiche pretestuose. E, come sempre, parecchi politici nostrani sono intervenuti dispensando ingenti dosi di ipocrisia.
    Che alle donne saudite siano negati i più elementari diritti è, per l’appunto, risaputo. Non possono andare da sole allo stadio, anche se le suddette polemiche hanno indotto le autorità locali ad assumere un atteggiamento più morbido. Ma questo è il meno.
    Da pochissimo tempo è stato loro riconosciuto il diritto di guidare l’automobile, ma le reazioni della popolazione maschile sono state così violente da consigliare molta prudenza nel metterlo in pratica.
    Ancora più sorprendenti le notizie relative al diritto familiare. In Arabia Saudita vige la poligamia, e finora un marito poteva ripudiare una delle mogli senza neppure avvertirla. Adesso – bontà loro – le autorità hanno deciso che le mogli debbano essere avvisate della decisione del marito-padrone. Non, si badi bene, personalmente, bensì tramite un sms.
    C’è di che trasecolare, anche se va detto che le donne saudite restano quasi sempre passive a causa dei condizionamenti culturali e religiosi loro imposti sin dalla più tenera infanzia. Inutile anche dire che tali comportamenti sono diffusi in tante altre nazioni. Dagli Emirati, al Pakistan e all’Indonesia, dove la “polizia religiosa” è spesso protagonista di repressioni violente.
    Sarebbe tuttavia errato pensare che fatti simili siano caratteristici soltanto del mondo islamico. Quello indù non è da meno, come dimostra un recentissimo esempio. Nello Stato indiano del Kerala l’ingresso di alcune donne in un tempio ha scatenato la violenza dei fondamentalisti e ha indotto il clero locale a “purificare” il tempio quando sono uscite.
    Fortunatamente, però, ci sono state pure reazioni di segno opposto. Per protestare contro l’incredibile episodio, centinaia di migliaia di donne indiane hanno formato una catena umana di 620 km, e la protesta è stata appoggiata da molti esponenti delle istituzioni.
    In ambito islamico le reazioni femminili ai soprusi stanno diventando sempre più frequenti. Tipico l’ultimo caso della ragazza saudita che si è barricata nella zona transiti dell’aeroporto di Bangkok rifiutandosi di tornare in patria nonostante le pesanti minacce dei parenti. Nel frattempo in Pakistan le autorità, sfidando gli estremisti, stanno cercando di promuovere un clima più attento ai diritti della popolazione femminile.
    La speranza di un cambiamento radicale dunque c’è, anche se ci vorrà molto tempo per conseguire la parità dei diritti spesso negata da norme e testi redatti in un lontano passato. Questa può essere, a dispetto dell’insufficiente attenzione, la vera rivoluzione dei nostri tempi.
    E, per finire, un piccolo consiglio ad alcuni politici nostrani. Non ci si può fingere paladini dei diritti femminili dicendo: “io non guarderò la diretta televisiva della partita Juve-Milan a Gedda”. Una simile presa di posizione non conta nulla, è intrinsecamente ipocrita e serve solo ad accalappiare i voti degli sprovveduti.