• Un ponte tra due letture ed una “quarta”

    Prepariamoci a chiudere il cerchio della trilogia rispetto ai processi che si stanno articolando nella Napoli Metropolitana

     

    Esiste un problema tra Napoli e le regioni del Mezzogiorno continentale.

    E’ un triangolo che collega Milano, Torino e Napoli. Le tre grandi metropoli italiane, in cui vivono quasi almeno dieci milioni di abitanti. Il nord ovest cresce e produce mentre la metropoli napoletana è dispersiva al suo interno ed è, certamente, diversa da Milano e Torino.

    Politica debole, società divisa, imprese ed apparati statali sono gli ostacoli da superare, per Napoli: ma questo è una scommessa, se e quando potrebbe tornare ad essere una grande metropoli contemporanea . Nasce, da questa divaricazione,  avere di fronte una regione, la Campania, che si divide in due: lasciando alla metropoli una distribuzione molto più articolata e diffusa delle altre quattro province.

    Dividendo in due la Campania ed il Nord Ovest, il triangolo Milano, Torino e Napoli esprime la diversità dell’economia e della politica, ma anche della comunità, della caduta di tono e dei problemi da affrontare: che non riescono a cooperare tra loro le tre metropoli. Insomma si separano Nord Ovest e Campania ma, sia le province che circondano Napoli, che le altre regioni meridionali si chiudono in se stesse e, di conseguenza, perdono la capacità creativa della crescita e dello sviluppo. Napoli rimane fragile, insomma, mentre Milano e Torino si consolidano ed allungano la propria forza.

    Milano, in particolare, finisce per ridefinirsi come l’ultima metropoli europea che possa alimentare una relazione positiva tra il mediterraneo e gli sviluppi che ne verranno. Nonostante queste divaricazioni Napoli è riuscita a risalire con una trasformazione, che durava dagli anni ottanta, ma aveva percorso i novanta e la lunga stagnazione del nuovo millennio, dopo il crollo delle banche americane. Non si tratta solo di una caduta dell’industria: si affianca un terziario scadente ed uno squilibrio tra il settore pubblico ed un processo imprenditoriale. Si aggiunge una crescente quantità di popolazione marginale, una pesante disoccupazione ed un’area di lavoro nero: infine anche una forza aggressiva e criminale.

    Ma,  paradossalmente, a partire dal 2014, il rimbalzo dell’industria, del turismo, dei beni culturali, della ricerca e dell’innovazione, apre un processo di crescita a Napoli e nelle province della Campania. Tre milioni di persone si ritrovano nella metropoli. L’economia, in un tono minore, rispetto al nord ovest, comincia a riprendere quota. Con alcuni scompensi.

    Ci sono ottime università ed academy che spingono meccatronica, robotica, logistica, chimica e fisica di grande profilo. Questa spinta appassiona i giovani che scelgono e si collegano con i  docenti che producono innovazione.

    Una parte delle imprese, che ha superato  la crisi ed è riuscita a chiudere il cerchio tra produzione innovativa e ricerca, propone orizzonti importanti e produce anche un modo diverso di trasformare l’industria ed il cambiamento. Un’altra parte delle imprese, invece, non riesce a percepire progetti di qualità e rimane indietro, chiudendosi in se se stesse.

    Non è solo la spinta dell’innovazione industriale che produce ricchezza. Si affiancano sviluppi commerciali nel food & beverage;  moda e glamour; Bed & Breakfast; banche e finanza, prodotti assicurativi; un’area debole di scambi commerciali; grandi progetti nei “turismi” e nei beni culturali. Nel nord ovest, nelle venezie e le regioni intermedie verso nord est e nord ovest, il ritmo di questi processi è molto più veloce dell’economia di Napoli. Dove restano scompensi verso il lavoro nero, la povertà, la mancanza adeguata di infrastrutture.

    Da quaranta anni non riusciamo a realizzare  una metropolitana adeguata. Sono ancora fragili educazione scolastica, sanità e la grande macchina amministrativa della metropoli napoletana, delle sue aziende difficili da gestire, della necessità di chiudere enormi defezioni amministrative. Ma non si tratta solo di mettere a confronto il bene ed il male di un mercato, pubblico e privato, che si sta incrementando. Dal Corriere del Mezzogiorno, Antonio Polito (16 settembre 2018) ha individuato alcune ragioni positive ma, nonostante la spinta in atto, la frammentazione della comunità rimane sul campo: “Se Napoli non fa pulizia di questa sua anima lazzara, della sottocultura che la malavita esporta nella società, stabilendo modelli e stili di vita, è davvero difficile che possa diventare la Berlino del prossimo decennio. Come ha detto di recente e con onesta crudezza Renzo Arbore, paragonando la Napoli di oggi a quella del Bellavista di Luciano De Crescenzo, la nostra città è decisamente peggiorata da questo punto di vista con il passare degli anni. È da lì che bisogna partire, perché questo marciume, con il quale politici e intellettuali compiacenti flirtano irresponsabilmente da troppo tempo, rischia di infettare per sempre il corpo di una città peraltro meravigliosa e ricca di straordinarie possibilità”.

    Siamo sul percorso di un sentiero difficile. Ci serve un recupero di cooperazione tra le tre metropoli:  e serve uno scatto di reni per alimentare il futuro prossimo. Esiste una parte della società che possa dare un colpo di coda e recuperare la forza e l’intelligenza necessarie per trasformare in un triangolo virtuoso Napoli, Milano e Torino?

     

     

    Questo testo  non è andato su pagine di giornale ma, comunque, affronta alcuni elementi dello scarto tra le tre questioni affrontate rispetto allo stato delle cose nella città metropolitana di Napoli.

    Il  23 settembre 2018.