• La Napoli degli ultimi trenta anni; cambiano gli attori e i loro comportamenti.

    La seconda lettera su Napoli. Ma bisogna andare avanti, anche a costo di abbandonare il passato.

     

    Un paese normale non ha bisogno di eroi o di una mobilitazione permanente.

    E il richiamo alla borghesia sembra più adatto alle città europee, quelle del Nord, che a quella strana conurbazione sudamericana in cui si è trasformata la nostra città. Napoli ormai è come Caracas. Serve la resilienza ma servirebbe anche una scommessa sulla incertezza di un futuro remoto. Il richiamo alla borghesia, come classe dirigente, sembra l’evocazione di un fantasma, un’ombra, e non un richiamo morale per una entità realmente esistente.

    Siamo di fronte a una metropoli sfibrata, priva di vertebre e ossa: il suo organismo si è sfilacciato in mille rivoli ed ha perso, anno dopo anno, anche i muscoli ed i nervi con i quali avrebbe potuto reagire al collasso.

    E se non hanno ossa per tenere alta la testa, e muscoli e nervi per raddrizzarla verso un qualche orizzonte, dove possono andare i napoletani? Se non tornano la crescita, e una diffusa responsabilità individuale, non basteranno la legge o le forze dell’ordine per garantire la sicurezza delle cose e delle persone. Ma non è facile attaccare un nemico che non si vede o punire un colpevole che non esiste.

    Negli anni Ottanta un amico francese che aveva vissuto molto qui, e s’apprestava a tornare a Parigi, mi spiegò una delle facce di Napoli. Mi disse che questa città era un mare pericoloso: se andavi contro le onde, ti mettevano fuori gioco; se invece ti facevi portare da esse, dovevi accontentarti del luogo in cui ti avrebbero trascinato. Napoli, del resto, non ama gerarchie rigide ma reti fluide. Si dice che il degrado progressivo di piazza del Plebiscito sia la risposta naturale ai profeti di sventura, che lamentano il progressivo svuotamento del cosiddetto «rinascimento napoletano». Ma questo significherebbe che si avverano le profezie negative – constatare il degrado – mentre quelle positive – invocare il rinascimento – sono destinate ad essere smentite. Questa conclusione sarebbe sbagliata. Il rinnovamento e la rinascita di una città si realizzano sulla base di due fattori, entrambi necessari, mentre nessuno dei due, preso singolarmente, si rivela sufficiente.

    Per realizzare una svolta radicale servono la tensione soggettiva di una visione condivisa ed auspicata da gruppi positivi e la robustezza oggettiva di un tessuto economico, che si espande e si rafforza. Ma quel tessuto si è sfilacciato non poco , forse si è addirittura stracciato. Questa fragilità ritorna oggi nell’immagine del degrado e cancella, mostrandola come effimera, la tensione verso il cambiamento. Piazza del Plebiscito, ancora una volta, ci restituisce soltanto la nostra immagine. È uno specchio, nulla di più. La colpa di trascurarci o il merito di migliorarci restano una responsabilità dell’individuo.

    Dagli anni Sessanta ad oggi i cambiamenti sono stati molto lenti. a volte nemmeno riusciti: le mani sulla città, il Centro Direzionale, la Tangenziale, le metropolitane. E poi il terremoto del 1980, il Regno del Possibile e la storia di Bagnoli Futura.

    La storia di Bagnoli è una metafora emblematica: quasi una sorta di «putrefazione» della classe dirigente e della politica che si è progressivamente immiserita negli ultimi trenta anni. Dopo il tentativo fallito della scommessa su Bagnoli Futura, rimane un buco nero che confina ancora con il quartiere di Fuorigrotta, ricco di infrastrutture e servizi, come la Mostra d’Oltremare e parte della Università Federico II.

    Un altro buco nero si trova tra Posillipo e Pozzuoli: punti di eccellenza, ambiente e paesaggi che potrebbero, nella piena valorizzazione di quelle risorse potenziali, rappresentare un salto di qualità per l’intera struttura urbana di Napoli. Anche ad Est della città esistono aree della medesima importanza dove si potrebbe realizzare uno sviluppo simmetrico e parallelo a quello di Bagnoli.

    Ma, purtroppo, le metropoli vivono e prosperano soltanto quando sono in grado di generare risorse economiche, necessarie per alimentare processi da porre in essere. Ignorare l’economia per sostituirla con la volontà di potenza non è certo una buona idea. Dopo sette anni di governo de Magistris, il Comune ha un deficit finanziario imponente, i grandi progetti sono fermi e rimane esclusivamente il lavoro di piccoli cantieri.

    Una grande area circonda Napoli con oltre due milioni di persone e novantuno comuni, inclusi quelli delle isole. Ed è qui, paradossalmente, che si registrano i sussulti d’innovazione più significativi. Napoli, in se stessa, è molto più lenta. Si aspettano aumenti del turismo, Bed & Breakfast in abbondanza crescente, forse tra un paio di anni la rete metropolitana, fast food e ristorazione. Dentro e fuori l’area metropolitana. Ma di questo parleremo nell’ultimo articolo della trilogia.

    Questo testo è anche nella prima pagina del Corriere del Mezzogiorno il 18 settembre 2018, con il titolo “Metropoli senza ossa né muscoli”.

     

    Link Utili

    Una trilogia: la prima e la seconda

    Napoli metropoli del Mediterraneo e nel mondo: una dimensione adeguata al mondo globale. Napoli entra nell’età moderna fra il 1442 e il 1860; cresce grazie alla ricostruzione e al miracolo economico; diventa una grande capitale economica nel Mediterraneo; ormai è una città metropolitana con oltre 3 milioni e mezzo di popolazione.  (7 settembre 2018)

    Questo testo è anche nella prima pagina del Corriere del Mezzogiorno il 4 settembre 2018, con il titolo “Le tre dimensioni di Napoli” .