• Il lungo degrado delle raffinerie napoletane

    Come eravamo e come dovremmo essere nel prossimo futuro remoto

     

    I grandi contenitori delle raffinerie napoletane, insediate tra la linea di costa del porto e la molecolare ed imponente quantità di capannoni ed imprese industriali, erano una sorta di skyline: più lontano il profilo del Vesuvio ma,vicino alla città, quasi per toccarla, esisteva una grande struttura industriale . Progressivamente sia il profilo dei grandi contenitori di petrolio e la raffineria sono andati deteriorandosi: nel 1984 si chiudono i cancelli. Nel 2017 ci ritroviamo nelle macerie di questo strano destino industriale, che era cominciato ai primi del novecento e, per molti decenni è rimasto quasi uno scheletro, certamente una rappresentazione del degrado urbano e della mancata capacità dei poteri pubblici di trovare la forza di una rigenerazione, diversa dal passato ed accanita verso il futuro.

    In molte nazioni europee, certamente nelle grandi industrie tedesche, sono scomparsi gli scheletri del passato e sono apparse importanti costruzioni che tendevano verso la creazione e lo sviluppo di luoghi innovativi, affluenza di consumatori e di famiglie che volevano accedere alle trasformazioni dell’urbanistica moderna. Ma anche migliaia di persone, che avevano cambiato la propria professione dei “figli del fuoco” negli altiforni, ed erano diventati attori ed agenti della nuove forza dell’industrializzazione e delle innovazioni che ne sono scaturite.

    Sono passati molti anni dal 1984 ad oggi. Ed è impressionante come una simile grande occasione, per rivalutare la grande occasione della Napoli di levante, non sia mai stata neanche immaginata. Certamente non sia stata trasformata da una massa di “cadaveri” metallici che potevano, invece, esprimere opportunità, intelligenze e nuove trasformazioni urbane in questi 33 anni.

    Stamattina, il 29 settembre, il più grande progetto di recupero dell’ambiente, è stato finalmente sottoscritto dai rappresentanti legali della Kuwait e della Direzione generale dell’Arpac di Napoli e del Ministero dell’Ambiente. Non sarà grande quanto Napoli Est ma sarà certamente una leva per scuotere le condizioni della Napoli di levante.

    D’altra parte, seppure a macchie di leopardo, una parte della città si sta rianimando: e questo è un vero successo. Capannoni ed imprese che diventano nuove strutture: universitarie, imprenditoriali, commerciali e, perché no, complessi che possano convivere tra le abitazioni e le numerose strutture polifunzionali che si trovano in tutto il mondo.

    Le torri del Kuwait hanno una storia che è cominciata prima ancora che la grande azienda del Kuwait le avesse prese in carico. Vale la pena di ripensare ad una strada che nessuno ha voluto percorrere. Nel trapasso tra i sessanta ed i settanta un grande geografo, ed anche un grande politico, Francesco Compagna, propose di portare ad Ovest, nelle campagne del Lago di Patria, la struttura dei contenitori di benzina e petrolio. L’ipotesi non era affatto peregrina: avrebbe allargato aree che avrebbero potuto diventare, assai prima di ora, una trasformazione dello spazio collegato ad est di Napoli. Ovviamente non si realizzarono questi progetti e, di conseguenza, venne meno l’apertura di un nuovo corso nel riordino della città di Napoli.

    Negli anni ottanta, inoltre, le imprese e le associazioni della Confindustria napoletana ipotizzarono una ulteriore, e diversa, grande trasformazione per le zone di levante ad est di Napoli. Venne studiato il sistema di riorganizzazione delle infrastrutture e venne anche individuata una grande area che avrebbe potuto allargare e rendere utile un sistema che, dalla Stazione centrale delle ferrovie, e fino alle possibili propaggini verso levante, sarebbero diventate una nuova area urbana, capace di accelerare, probabilmente, la trasformazione delle industrie e le possibili realizzazioni del terziario e delle nuove tecniche dell’urbanistica che venivano avanti verso il 2000.

    Anche in questo caso il progetto in questione venne immaginato ma, certamente, non realizzato per quanto si sarebbe potuto fare. Si può andare indietro per la grande trasformazione di Napoli solo se si pensa alla Società per il risanamento di Napoli nella Belle Epoque ed alle opportunità che l’intelligenza di Francesco Saverio Nitti venne utilizzata per creare nel 1904 l’Ilva, ad Ovest di Napoli. Proprio questa forbice, tra ovest ed est, era la questione che aveva posto Francesco Compagna, quando intendeva allargare ad ovest, al Lago di Patria, quella parte di contenitori, e di raffinerie che erano a levante del porto di Napoli.    

    Sia tra le due guerre, che nella crescita tra gli anni sessanta, che alimentava lo sviluppo del paese, Napoli non è mai stata capace di trasformare, adeguatamente e senza questioni scabrose, la grande trasformazione che avrebbe dovuto sopportare per diventare una metropoli. Esiste una strana connessione con i grandi progetti e la loro realizzazione a Napoli: invece di costruire in una dimensione che si può considerare una dimensione di cooperazione e di capacità di integrazione a largo raggio, la società locale rifiuta la dimensione della grandezza e quella della condivisione.

    In questo modo non si riesce a realizzare uno sviluppo adeguato e sostenibile e si rimane al palo. Fermi e muti di fronte alla dimensione urbana che viene progressivamente degradata.

    Le torri del Kuwait, quando ero ragazzo, mi entusiasmavano per la forza e la grandezza che esprimevano. Era un’altra Napoli certamente, ma questa di oggi avrebbe ormai davvero bisogno di riordinare, e di rimettere in piedi, la nostra nuova grande metropoli, ai suoi primi vagiti. Tra Centro Direzionale, il Porto e le grandi strutture, che hanno ricominciato a vivere e la voglia di farne crescere ancora, la prima cosa da fare dovrebbe essere agire: da parte delle imprese e delle banche, dello Stato e delle istituzioni pubbliche.

    In tutto il mondo imprenditori ed istituzioni lavorano gli uni con le altre: proviamoci anche noi napoletani.

     

    Questo testo si può leggere anche oggi, alla pagina 43 de Il Mattino, il 30 settembre 2017, con il titolo: “L’industria dismessa; Area est, il sogno infranto 30 anni di progetti in fumo”.

     

    Link utili

    Su Francesco Compagna

    di Ernesto Mazzetti – 01/12/2009

    http://www.fulm.org/articoli/politica-interna/francesco-compagna

    Francesco Saverio Nitti di Roberto Artoni

    Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Economia (2012)

    http://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-saverio-nitti_%28Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Economia%29