• Convergenza e divergenza nei paesi dell’Unione Europea

    Creare la convergenza e la coesione tra il Mezzogiorno ed il resto del paese se vogliamo davvero restare in Europa

     

     

    L’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno (la Svimez) ha reso noti  i caratteri dell’economia e della società nel Mezzogiorno, rispetto all’Italia ed all’Unione Europea del 2016. L’anno in questione si presenta con una terna di situazioni contraddittorie. In primo luogo si nota una ripresa interessante nel Mezzogiorno ma quella ripresa, che sfida lo sviluppo, in alcune regioni meridionali, la Campania per prima, riesce a crescere anche se, negli anni alle spalle (dal 2008 al 2016), si nota un marcato e robusto risultato del Centro Nord e non altrettanto nel Mezzogiorno.

    Del resto il Mezzogiorno, avendo accusato una decisa caduta della crescita dal 2001 al 2016, non poteva rimontare la capacità di crescita del Centro Nord che, dal 2008, aveva ripreso a crescere e non era caduto troppo in basso. I numeri parlano chiaro: Se guardiamo la storia della crisi finanziaria mondiale dal 2001 al 2016, si nota chiaramente che il Mezzogiorno cade in termini percentuali cumulati negativamente per – 7,2; il Centro Nord per 3,4; l’Italia per 0,8. Se guardiamo alla seconda metà del ciclo della crisi (2008/2016) le dimensioni sono diverse: il Mezzogiorno cade in termini percentuali, cumulati negativamente, per – 11,3; anche il Centro Nord per – 5,8; ed anche l’Italia per  – 7,1. La seconda parte della crisi finanziaria europea ha causato una recessione in Italia, sia nel Mezzogiorno che nel Centro Nord, ma con differenti ricadute. Sta di fatto che, dal 2008 al 2016 si legge la seguente scala dei valori di crescita e, come sempre, in percentuale cumulata per tutti gli anni in questione: Unione Europea 5,3; Area Euro 3,2; Area non euro 11,6; Germania 9,4, Spagna – 0,5; Francia 5,3; Italia – 7,1; Mezzogiorno – 11,3; Centro Nord – 5,8 Grecia – 26,3. L’Italia, sia nella dimensione del Mezzogiorno, che rispetto al resto del paese, viene chiaramente penultima dopo la Grecia. Non è certamente una condizione favorevole.

    Questo insieme di paesi e di tassi di crescita rende evidente la diversità tra le varie economie nazionali ed anche tra le strutture, diverse tra loro, nell’Unione Europea. Così come sono diverse tra loro le divergenze tra Mezzogiorno e Centro Nord dell’Italia. Le diversità sono ovviamente attriti, che emergono caso per caso, nelle istituzioni, nella capacità delle forze politiche, nei comportamenti e nei costumi delle popolazione che si trovano nell’insieme di 28 paesi. C’è una conferma in queste condizioni, tuttavia. Basta guardare una tabella della Svimez, nella quale si legge la produttività del lavoro per l’insieme dei 28 paesi europei. ( Tab. 2. Totale economia – Tassi di crescita annuali e cumulati del valore aggiunto per occupato). Ancora una volta valutiamo il tempo percorso tra il 2008 ed il 2016 per trovare un valore cumulato rispetto a quegli anni, nella medesima sequenza del tasso di crescita che abbiamo costruito poche righe prima: Unione Europea 4,2; Area Euro 3,3; Area non euro 7,9; Germania 0,7;  Francia 3,6; Spagna 12,3; Italia – 4,7; Mezzogiorno – 6,0; Centro Nord – 4,6; Grecia 3,3. Le differenze si notano: l’Area non euro è in prima posizione rispetto all’Unione ed anche all’Area euro; gli ultimi sono gli italiani. Forti, nell’Area euro, sono solo gli Spagnoli.

    C’è un problema di politiche di medio termine per l’insieme dell’Unione e c’è un problema di convergenza che possa aumentare la produttività, per occupato, i salari, per i lavoratori, e gli investimenti, per le imprese. Ma scendiamo dalla politica economica europea ed andiamo a vedere come, e se, l’Italia possa avere agito positivamente dal 2014 al 2016; e come dovrebbe agire verso il futuro prossimo tra il 2017 ed il 2018. Se guardiamo al 2016 possiamo capire come e perché, oltre la prima questione della terna in cui si rivelano le altre due ulteriori condizioni contraddittorie – la prima essendo la divaricazione delle convergenze nell’economia europea – si debbano definire il ritmo della crescita in Italia e la relazione necessaria per legare il Centro Nord ed il Mezzogiorno tra loro.

    Il 2016 non ha riportato un risultato banale, anche se il secondo semestre dell’anno, si è consumato nel catastrofico referendum politico, che ha paralizzato il nostro paese ed, in qualche modo, ritardato la possibilità di vere riforme strutturali e di nuove ipotesi di politica economica. Sta di fatto che nel 2016 il Mezzogiorno rincorre l’economia del Nord. Ma, sempre nel Mezzogiorno, si nota la divergenza tra le varie e diverse possibilità economiche. In Italia, insomma, si vede nel 2016 una media dello 0,9% ed una media dell’uno per cento, nel Mezzogiorno, e dello 0,8” nel Centro Nord. Nel Mezzogiorno avanzano i consumi ma anche investimenti, nell’industria e nelle costruzioni, mentre nel Centro Nord gli investimenti si allineano a quegli del Mezzogiorno. Gli investimenti, comunque, nel 2016, hanno trasferito sul sistema progetti privati e molto meno progetti di sviluppo creati dal pubblico.

    Se guardiamo anche le singole regioni le cose cambiano aspetto. Ecco le variazioni del prodotto interno lordo in percentuale nelle regioni meridionali del 2016: Abruzzo – 0,2; Molise 1,6; Campania 2,4; Puglia 0,7; Basilicata 2,1; Calabria 0,9; Sicilia 0,3; Sardegna 0,6. Campania e Basilicata sono la più grande e la più piccola delle regioni, ma sono in prima posizione e rappresentano il ritorno dell’Industria. L’Industria è la leva con cui il Mezzogiorno può, raccordandosi alle filiere industriali lungo lo stivale da Sud a Nord, rimettere in moto sia la produttività che la capacità di fare nel nostro paese. Frantumare le opportunità regionali, e frantumare la coesione e la convergenza con le economia nazionali europee, sarebbe un vero disastro. Bisogna aumentare il lavoro dei meridionali con gli investimenti privati e lo sforzo delle imprese.

    Il Mezzogiorno, nel 2065, avrà 15 milioni e mezzo di popolazione invece dei quasi 21 milioni del 2016. L’Italia ne avrà 53,6  milioni, rispetto ai 60,6 del 2016. Regrediamo nella dimensione demografica. Bisogna, quindi, incastrare il Sud ed il Nord del paese insieme tra loro, se vogliamo davvero tornare, grazie all’Unione Europea, sulla scena dell’economia mondiale. Il resto diventano spesso solo chiacchiere.  

     

    Questo testo appare anche sulla prima pagina de Il Mattino, il 20 luglio 2017, con il titolo “Il Dossier Svimez: Mezzogiorno , la rimonta sta finendo ma la Campania tira più di tutti

     

    Link utili

    COMUNICATO STAMPA

    SVIMEZ, SI CONSOLIDA LA CRESCITA DEL SUD NEL 2016 MA IL MEZZOGIORNO, AGLI ATTUALI RITMI, RECUPERERÀ I LIVELLI PRE CRISI NEL 2028, 10 ANNI DOPO IL CENTRO-NORD

    http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2017/2017_07_28_anticipazioni_comunicato.pdf

    IL MEZZOGIORNO CONSOLIDA LA RIPRESA

    Anticipazioni del Rapporto SVIMEZ 2017 sull’economia del Mezzogiorno

    IL MEZZOGIORNO CONSOLIDA LA RIPRESA PERMANE L’EMERGENZA SOCIALE

    Giuseppe Provenzano* Vice Direttore SVIMEZ

    http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2017/2017_07_28_anticipazioni_provenzano_slides.pdf

    ANTICIPAZIONI DEI PRINCIPALI ANDAMENTI ECONOMICI E SOCIALI DAL “RAPPORTO SVIMEZ 2017 SULL’ECONOMIA DEL MEZZOGIORNO”

    http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2017/2017_07_28_anticipazioni_testo.pdf