• Nello stesso fiume non è possibile entrare due volte

    Dieci anni alle nostre spalle ci indicano anche come comportarci nei prossimi dieci anni

     

    Monta la marea? Comincia con questo singolare interrogativo il word economic outlook rilasciato il 21 gennaio dal Fondo Monetario Internazionale. L’economia mondiale, forse questa può essere la risposta a questa singolare domanda, si muove certamente. Ma si muove in maniera disordinata ed incoerente. In particolare non si muove come vorremo che fosse per ottenere una rimonta della crescita dopo la prolungata pausa recessiva che ha fatto seguito alla crisi del 2008. Due economisti, che di macroeconomia sono maestri, cercano di rappresentare lo stato delle cose in questo modo. Michel Spence ritiene che “L’esperienza vissuta dalle economie avanzate dalla crisi finanziaria del 2008 ha scatenato una notevole discussione su crescita, occupazione e disuguaglianza tra redditi. Non dovrebbe sorprendere: per coloro che si aspettavano una ripresa post-crisi relativamente rapida, più le cose restano invariate, più cambiano. Subito dopo il quasi collasso del sistema finanziario, la visione di consenso a favore di una ripresa ciclica ragionevolmente normale è svanita nel momento in cui è diventata evidente la portata dei danni a livello di bilancio – e l’effetto del deleveraging (ossia la riduzione del livello di indebitamento) sulla domanda domestica. Ma anche ora che il deleveraging è ben avviato, l’effetto positivo su crescita e occupazione resta deludente. Negli Stati Uniti, la crescita del Pil rimane ben al di sotto di ciò che, fino a poco tempo fa, veniva considerato come il tasso potenziale, mentre la crescita in Europa è irrilevante”. Barry Eichengreen è ancora più diretto: “Sono passati esattamente dieci anni da quando il mondo ha cominciato a mettersi in allarme per gli squilibri globali, e più nello specifico per i cronici squilibri commerciali e delle partite correnti tra Stati Uniti e Cina. Ora possiamo felicemente proclamare che l’era degli squilibri globali è finita. Ed è arrivato il momento di trarre i giusti insegnamenti da quel periodo”.

    Insomma, non si tratta di rimettere in carreggiata un autotreno che ha deragliato: sono in discussione sia la possibilità di creare spostamenti adeguati con un autotreno che far camminare su una autostrada gli autotreni. Metafora paradossale, di stampo eracliteo, ma che rappresenta proprio il punto di vista di Spence ed Eichengreen.

    Dice Spence, sul rapporto tra passato e futuro, a coloro che quel futuro lo devono costruire qui ed ora nel nostro presente, cioè le classi dirigenti del mondo intero: “La tecnologia a bassa incidenza di manodopera e lo spostamento dei modelli occupazionali nel settore tradable dell’economia globale sono importanti motori di disuguaglianza. I lavori di routine dei colletti bianchi e blu stanno scomparendo, mentre l’occupazione a minore valore aggiunto nel settore tradable si sta spostando verso una serie crescente di economie in via di sviluppo. Queste due potenti forze hanno alterato l’equilibrio a lungo termine nei mercati del lavoro delle economie avanzate, con troppa istruzione e troppe competenze investite in un modello di crescita datato. Tutto ciò sta causando difficoltà, costernazione e confusione. Ma la stagnazione dei Paesi avanzati non è inevitabile – anche se evitarla richiede effettivamente il superamento di una serie di sfide ardue”.

    Aggiunge Eichengreen: “Nazioni con disavanzi ed eccedenze preoccupanti ci sono ancora, prime fra tutte Germania e Turchia: ma l’eccedenza tedesca (6% del Pil) è un problema soprattutto per l’Europa, mentre il disavanzo turco (7,4%) è un problema soprattutto per la Turchia; in altre parole, non sono problemi di portata globale”.

    Gli squilibri nelle bilance dei pagamenti, e nella fragilità dei debiti e dei disavanzi pubblici, sono stati la radice della crisi perché si sono generati cross border: non si sono alimentati come accadeva negli anni tra il 1950 ed il 1980 grazie agli scambi commerciali, importazioni ed esportazioni. Dal 1980 al 2000, ed anche dopo la nascita dell’euro, il problema di questi squilibri riguarda i movimenti di capitale, la qualità dei prodotti finanziari che vengono scambiati con la moneta, la dimensione della moneta creata dal sistema bancario rispetto a quella creata dalle banche centrali.

    Ancora una volta facciamo parlare Eichengreen “Nel lontano 2004 c’erano due scuole di pensiero sugli squilibri globali. La scuola del dottor Pangloss diceva che non era questo granché, un semplice riflesso della domanda di riserve in dollari da parte delle economie emergenti, che solo gli Stati Uniti potevano soddisfare, e dell’insaziabile appetito dei consumatori americani per le merci di importazione a buon mercato. Scambiare attività sicure con merci da quattro soldi era il migliore dei mondi possibili, un equilibrio felice che poteva anche durare all’infinito. I seguaci della scuola della Sorte Avversa invece predicavano che gli squilibri globali erano un disastro in agguato. A un certo punto, la domanda di attività Usa da parte dei mercati emergenti avrebbe raggiunto la saturazione. Peggio ancora: i mercati emergenti sarebbero giunti alla conclusione che le attività Usa non erano più sicure. Il flusso di fondi, che finanziava il disavanzo delle partite correnti di Washington, si sarebbe prosciugato; il dollaro sarebbe precipitato e le istituzioni finanziarie sarebbero state prese in contropiede: e la conseguenza di tutto questo sarebbe stata lo scoppio di una crisi. Ora sappiamo che sbagliavano tutti e due, sia Pangloss che la Sorte Avversa. Gli squilibri globali non sono continuati all’infinito: una volta saziato il desiderio di attività sicure, la Cina ha puntato su investimenti esteri più rischiosi e ha cominciato a riportare in equilibrio la sua economia, spostando l’accento dai risparmi ai consumi e dalle esportazioni alla domanda interna. Gli Stati Uniti, nel frattempo, si sono resi conto dei pericoli di un eccesso di debito e leva finanziaria ed hanno iniziato a prendere misure per ridurre l’indebitamento e incoraggiare il risparmio. Per agevolare questo cambiamento dei modelli di spesa, il dollaro si è indebolito, consentendo agli Stati Uniti maggiori volumi di esportazione. Lo yuan, per effetto della maggiore propensione al consumo dei cittadini cinesi si è rafforzato. Una crisi c’è stata, certo, ma non per colpa degli squilibri globali. Gli Stati Uniti avevano problemi finanziari di ogni sorta, ma non quello di finanziare il proprio disavanzo con l’estero. Al contrario: il dollaro è stato tra i pochi veri beneficiari della crisi, perché gli investitori esteri, disperatamente a caccia di liquidità, si sono riversati in massa sui buoni del Tesoro americani”.

    Queste sono le diagnosi dei due economisti americani ma ci vengono anche proposte alcune ipotesi di strategia per garantirci che la marea della crescita possa davvero rimontare. Secondo Spence ci sono alcuni punti da utilizzare come riferimenti strategici: bisogna trovare un equilibrio, in termini di costi e benefici, tra coloro che sopportano i costi, i giovani ed i  disoccupati, e coloro che dovrebbero coprire quei costi perché dispongono di capacità di reddito e di risorse adeguate; gli Stati devono riprendere la politica di investimento e non limitarsi solo ad una politica fiscale restrittiva ma questi investimenti dovrebbero essere davvero una leva reale per la crescita e non solo una redistribuzione di soldi pubblici ai soliti noti; i paesi avanzati, che presentano flessibilità e versatilità tecnologica, potranno in futuro alimentare la domanda effettiva con le esportazioni ma le economie rigide su stesse, come quelle europee, saranno in difficoltà perché “la flessibilità rivestirà un ruolo sempre più importante nel modificare i modelli di crescita difettosi, perché incide sulla velocità di ripresa …. Nel Sud Europa, ad esempio, il processo richiederà tempi più lunghi, perché qui mancano diverse componenti di ripresa. Ma il ritardo nell’identificare le sfide, meno nel rispondere ad esse, sembra alquanto pronunciato quasi ovunque”. Spence crede in una diverso impianto della economia reale, modificando il rapporto tra leadership sociali (la dimensione soggettiva della governance) e struttura delle tecnologie (la dimensione oggettiva della tecnica), per ottenere un sistema economico mondiale che non sia la ripetizione, impossibile, della combinazione tra derivati, finanza creativa ed impatto della (prima e non più replicabile) ondata della rivoluzione digitale.

    Eichengreen vede la questione sotto un profilo diverso, in una chiave dove la soluzione si deve trovare in un diverso ordine macroeconomico internazionale: “La prossima volta che emergeranno squilibri globali, gli analisti sapranno – dobbiamo sperarlo – guardare sotto la superficie. Ma ci sarà una prossima volta? Un paio di anni fa le società di previsioni erano sicure che gli squilibri sarebbero riemersi, una volta passata la crisi. Ora però questo scenario appare improbabile: né gli Stati Uniti né la Cina stanno tornando al tasso di crescita o ai modelli di spesa di prima della crisi. Anche la situazione commerciale precedente non sembra destinata a riproporsi. La posizione degli Stati Uniti negli scambi commerciali verrà rafforzata dalla rivoluzione dei gas di scisto, che promettono l’autosufficienza energetica, e da incrementi della produttività che lasciano presagire un rimpatrio ancora più accentuato della produzione manifatturiera. I mercati emergenti, da parte loro, hanno imparato che un surplus nella bilancia commerciale non è una garanzia di rapida crescita, e che il fatto di poter contare su consistenti riserve internazionali non è garanzia di stabilità finanziaria. ….. Tutto questo sembra indicare che l’accumulo di riserve estere da parte dei Paesi emergenti e in via di sviluppo – un altro fenomeno su cui molto inchiostro è stato versato – forse sta per raggiungere l’apice. Dopo di che, sarà solo un altro problema dietro le nostre spalle”.

    Non sarà come prima, della crisi, l’economia mondiale ma sarà certamente necessario costruire una chiave adeguata, della relazione tra forme di governo e strutture tecnologiche: per trovare la strada che, dalla crisi, ci riporti su un terreno stabile. La condizione necessaria perché la marea, della crescita, possa incanalarsi nei percorsi strategici dello sviluppo, che ci aspettiamo di ritrovare. Si ripropone, per la terza volta, il trilemma di Rodrik: come conciliare la relazione tra cambi fissi e cambi flessibili, sovranità nazionale della politica monetaria, standard monetario internazionale. Gold Standard e cambi flessibili, accompagnati da un controllo forte dello Stato nazionale sul regime economico domestico, avevano consentito una forte integrazione economica alla scala internazionale, prima della Grande Crisi. Nel regime successivo agli accordi di Bretton Woods, anche grazie alla presenza del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, cambi fissi  e dollar standard, almeno fino al 1970 assicurarono una ragionevole compensazione degli squilibri derivanti dai flussi di esportazioni ed importazioni. Mentre la democrazia si espandeva nei mercati domestici delle economie industriali. Il ritorno ai cambi flessibili, e la progressiva deregulation dei mercati finanziari, che espandeva la dimensione dei movimenti di capitale rispetto a quella degli scambi commerciali, ci ha progressivamente  fatto cadere nella crisi del 2008, e nelle sue conseguenze recessive. Si veda in proposito un libro molto interessante di Curzio Giannini, “L’età delle banche centrali” ed in particolare i capitoli 6 e 7 del volume. Nel trapasso all’euro, tuttavia, seppure con un eccesso di lentezza, un nuovo attore appare sulla scena monetaria internazionale: la Bce.

    Nel suo intervento a Davos, Mario Draghi propone un ragionamento sulla strada che porta alla stabilità. L’impatto tra la crisi del 2008, e la lunghezza con cui si è svolto il primo step della stagione dell’euro, hanno creato di certo problemi che oggi si ripercuotono sul tratto recessivo che la sola Europa presenta mentre, appunto, sembra che la marea della crescita possa rimontare nel resto del mercato mondiale. Ma l’ipotesi che Draghi avanza – di ritrovare la sovranità monetaria attraverso una ridefinizione del sistema economico europeo, allargando alla unificazione bancaria il terreno della unificazione monetaria – potrebbe essere la chiave  di una mutazione nella Governance Europea che, accompagnata dalla ridefinizione delle tecnologie e della struttura macroeconomica del mercato domestico europeo, potrebbe aprire la strada alla stabilita, finanziaria, ed anche alla ripresa della crescita reale. Come ci dicono con nettezza due economisti americani, Spence ed Eichengreen. Non si vedono oggi fatti che possano rappresentare questa opzione come praticabile nel prossimo futuro ma si vedono gli spazi perché questi fatti possano materializzarsi.

    La fragilità delle classi dirigenti europee, ed in particolare la ridotta capacità politica della classe dirigente nel vecchio continente, potrebbe essere il dato ostativo che impedisca il passaggio dell’Europa in questa sorta di sliding doors potenziale: la porta per un futuro migliore. The The Path from Crisis to Stability, del quale parla Draghi, avendo evocato in altre occasioni anche le suggestioni di Curzio Giannini su fiducia, moneta e governance delle banche centrali. Speriamo in uno scatto di orgoglio e nella capacità dell’Europa di alzare almeno di un poco lo sguardo verso l’orizzonte: considerando che le strade di ieri non sono impercorribili ma, semplicemente, nel mondo contemporaneo non esistono più.

    Links Utili

    http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2014/update/01/pdf/0114.pdf

    IMF, WEO, Is the Tide Rising? January 21, 2014

    http://www.weforum.org/sessions/summary/path-crisis-stability

    World Economic Forum Annual Meeting 2014,

    Mario Draghi, The Path from Crisis to Stability

    http://www.project-syndicate.org/commentary/michael-spence-explains-why–secular-stagnation–is-not-a-problem-that-the-us-and-other-advanced-economies-should-try-to-solve/italian

    Project Syndicate, 23 gennaio 2014

    Michael Spence, Le reali sfide per la crescita

    http://www.project-syndicate.org/commentary/barry-eichengreen-notes-that-a-decade-after-external-imbalances-emerged-as-a-supposed-threat-to-the-global-economy–the-problem-has-disappeared

    Project Syndicate, January 13, 2014

    BARRY EICHENGREEN, A Requiem for Global Imbalances

    http://blog-imfdirect.imf.org/2014/01/22/emerging-markets-need-to-do-more-to-remain-engines-of-global-growth/

    Min Zhu, Deputy Managing Director, IMF, Emerging Markets Need To Do More To Remain Engines of Global Growth, January 22, 2014

    http://www.amazon.it/centrali-governo-fiduciaria-prospettiva-istituzionalista/dp/8815101454

    Curzio Giannini, L’età delle banche centrali. Forme e governo della moneta fiduciaria in una prospettiva istituzionalista, il Mulino 2004