• Caro amico, ti scrivo…

    Ci risiamo. Come faranno gli Ambasciatori accreditati a Roma, e i nostri rappresentanti diplomatici all’estero, a spiegare quel che sta accadendo da noi? E’ l’impresa più difficile alla quale ho dovuto io stesso ripetutamente affrontare i in passato. Riproviamoci:

    “Caro collega,

    ti starai chiedendo, ancora una volta, cosa sta accadendo in Italia. Ho più volte tentato di raccontarti le conseguenze della particolare genesi della nostra democrazia repubblicana, azzoppata dalla prolungata presenza di un PCI attestato al 30 per cento senza potersi proporre come alternativa di governo. Una situazione che ha consentito alla DC di disporre di un monopolio governativo, e al suo antagonista numerose amministrazioni locali e una pervasiva egemonia culturale. A danno di quel processo di unificazione nazionale, la cui perdurante carenza, sul piano politico, economico e mentale, rimane la palla al piede della nazione.

    Governi sostanzialmente gestionali dell’esistente, basati su ricorrenti ‘compromessi’ più o meno ‘storici’, hanno alimentato un sistema assistenziale e un’economia a ‘partecipazioni statali’, affiancata da un settore privato favorito da trattamenti (o accondiscendenze) fiscali di favore. Accumulando un deficit pubblico insostenibile non soltanto in quanto contrario agli impegni presi con il nostro ingresso nell’Euro, ma anche perché lesivo della nostra credibilità finanziaria, produttività industriale e competitività commerciale.

    Un paese fragile, paradossalmente diventato rivelatore delle crisi di crescenza diffusesi poi nelle democrazie liberali, con l’esautoramento dei partiti politici, la contestazione anti-sistema e un populismo sbandierato da leader estemporanei quale, appunto, Berlusconi, anticipatore di Trump e Johnson, oltre che dell’attuale governo populista. Con la differenza, però, che, da noi, il venir meno del contenitore di solidarietà atlantica ed europea ha messo a nudo le crepe di una nazione incompiuta. Non di un paese in disgregazione si tratta infatti, bensì di una costruzione rimasta incompiuta.

    I più recenti avvenimenti internazionali, sollevando il velo della solidarietà politica ed economica transatlantica ed europea, hanno evidenziato quanto una nazione ricca di risorse umane ed intelligenze specifiche, ma priva di un senso civico condiviso, politicamente e culturalmente immiserita, sia rimasta allo stato adolescenziale, incerta su quel che intende fare ‘da grande’. In campagna elettorale permanente, con i soliti ‘giri di valzer’ ai quali nostri partner sono forse abituati ma meno disposti a tollerare, il contratto giallo-verde altro non apparso altro che un matrimonio di interesse fra coniugi troppo simili per non diventare separati in casa.

    Una caricatura di quel maggio ’68, quando iniziò la nostra parabola discendente. Un ennesimo ‘compromesso’, inadeguato ad assolvere la dichiarata ambizione di rappresentare il tanto atteso ‘cambiamento’. Privo di una visione di assieme e, quel che è più grave, dichiaratamente anti-europeo (nella scia di Berlusconi), in contraddizione con l’intera nostra tradizione politica post-bellica, impostata coraggiosamente da De Gasperi, Einaudi e Sforza.

    Tante altre volte, caro collega, mi hai detto che le mie analisi erano accurate ma prive di ogni senso comune. L’Italia rimane affascinante, ma difficilmente comprensibile. Quello che ancora una volta ti chiedo è di non prendere alla lettera le volgari intemperanze degli attuali nostri governanti, eletti da un popolo disorientato, abituato a sopravvivere in assenza di governi efficienti. E di persuadere il tuo governo, in tante altre faccende nazionali ed internazionali affaccendato, di non trascurarci, di continuare anzi più di prima, nonostante tutto, ad interrogarci, a stimolarci, per convincerci che abbiamo sempre bisogno l’uno dell’altro. Giacché l’Europa o si fa assieme o non si fa. Con grave danno per tutti”.