• La nuova Europa? e l’Italia?

    L’approvazione per il rotto della cuffia del nuovo Presidente della Commissione europea, ad opera di un Parlamento europeo appena rinnovato, va considerato come un risultato positivo e promettente. Ursula von der Leyen si è affermata non perché imposta dalla Germania, né  come rappresentante di un raggruppamento politico di maggioranza, bensì quale espressione di una coalizione di formazioni politiche diverse, dalle impostazioni europeistiche difformi. Una condizione che potrebbe servire a dissipare quel ‘deficit democratico’ che si è spesso voluto imputare ai meccanismi comunitari.

    La Commissione dovrà ora recuperare la sua funzione di motore dell’impresa comune, contrattasi da quando la famiglia, aumentata a Ventotto, ha determinato la predominanza del Consiglio, a conduzione intergovernativa. E‘ nell’interesse dei membri più determinati, di quelli che hanno appena conquistato le posizioni istituzionali di vertice, ristabilire una trazione politica più equilibrata, nella quale tornare ad associare la Commissione.

    Evidentemente incoraggiata in tal senso, la Presidente della Commissione si è subito risolutamente pronunciata a favore di una “più Europa, assertiva, unita e forte” verso l’esterno quanto, all’interno, “flessibile, senza ledere le regole”. Esponendosi anche nei confronti della Russia di Putin, del quale ha sottolineato senza mezzi termini  “l’atteggiamento ostile, la violazione delle norme internazionali e il tentativo di dividere l’Europa”, verso la quale bisogna –ha detto-mantenere le sanzioni, pur rimanendo disponibili ad un dialogo (che Macron ha auspicato “esigente”).

    Vi è palesemente nel mondo, ha voluto sottolineare, un’inesaudita ‘domanda d’Europa’. Non di un’Europa istituzionalmente granitica, dotata di un proprio temibile esercito, quanto piuttosto di un’Europa interlocutore politico e diplomatico in grado di ridurre, se non sempre colmare, le distanze fra le aspiranti grandi potenze.

    La Germania, sostiene Ivan Krastev, il miglior analista dei meandri continentali, è oggi “non una potenza trasformatrice, bensì conservatrice, che vede nell’Europa il proprio cuscinetto protettivo”. Macron parla di ‘sovranità europea’, individuandovi uno strumento attraverso il quale ristabilire l’immagine e l’influenza internazionale della Francia (in assenza di un’Inghilterra in istato confusionale). La Spagna, in una delicata fase di transizione, vi riconosce l’indispensabile puntello esterno. L’Italia, eternamente introversa, non ne avverte l’urgenza.

    Brancati, nel 1949, diceva che “l’Italia non si stanca mai di essere un paese arretrato. Fa qualunque cosa, persino delle rivoluzioni, pur di rimanere vecchio”. Al momento dell’arresto del progetto politico europeo per fallimento della CED, De Gasperi ammetteva che “bisogna ricercare l’Unione soltanto nella misura in cui ciò è necessario, o meglio in cui è indispensabile”. Mentre Croce ammoniva che “un popolo che non sa fare politica estera è destinato a servire o perire”. E Nitti: “se il nazionalismo negli altri paesi è un delitto, in Italia è una stupidità”.