• La Russia è vicina?

    Anche se la nuova Commissione europea non si insedierà che a fine anno, le grandi manovre per la selezione del nuovo Presidente sono già iniziate. Dovrà trattarsi, si spera, di una persona non soltanto competente, e cioè già adusa ali meccanismi interni di Bruxelles, ma anche in grado di incarnare verso l’esterno l’immagine di un’Europa più determinata ed efficiente, in grado cioè di imporsi come attore sulla scena internazionale. Oltre che all’economia e all’immigrazione, dovrà, si afferma, dedicarsi anche  alla tutela degli interessi europei in un agone fattosi ben più agguerrito.

    Una esigenza espressa in termini di sicurezza che dovrà rendersi credibile nei confronti tanto degli autoproclamatisi ‘grandi’ di questo mondo, dei quali non ha né può avere le medesime caratteristiche, quanto, forse soprattutto degli altri comprimari, arabi, africani, asiatici, latinoamericani, che stentano anch’essi a trovare la loro collocazione in un mondo che cambia. Non di forza militare si potrà trattare, che non fa deliberatamente parte del DNA dell’Unione, e che rischierebbe pertanto di figurare come un ‘ruggito del topo’, quanto di restaurare la forza di attrazione della ‘potenza civile’ della quale l’Unione dovrebbe rappresentare l’esempio.

    L’Europa rimane essenzialmente, dice Cacciari, un cammino, un pellegrinaggio privo di destinazioni predeterminate. Per ritrovare le ragioni del proprio incedere, l’Unione deve però riprendere coscienza della propria collocazione geostrategica e recuperare la convinzione delle proprie responsabilità. Nell’impulso convergente delle sue diverse popolazioni, ma anche in virtù del riconoscimento che verrà accordato dalle aspiranti superpotenze, America, Russia e Cina, alla generale utilità di un suo reinserimento sulla scena mondiale.

    Con il ritrarsi dell’America, che lo ha promosso e sorretto, il progetto integrativo europeo, componente essenziale di quello continentale, richiede prioritariamente il coinvolgimento della Russia. Nella ricomposizione di quella “casa comune” che Gorbaciov aveva invocato, e Putin hai poi esplicitamente rifiutato.

    Stantìe sono state le considerazioni dell’Ambasciatore russo in Italia, che ha imputato alla NATO, e implicitamente agli europei, di “agire con interventi armati, aggirando il diritto internazionale e le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza”, citando gli interventi in Jugoslavia e Libia, rispetto ai quali il comportamento di Mosca si è rivelato esitante e  contraddittorio, ma tacendo su quelli russi in Ucraina e Siria, che rispettosi delle norme internazionali non possono certamente considerarsi. Situazioni tutte la cui soluzione continuerebbe invece a richiedere quanto meno una convergenza di intenti pan-europea.

    Di diverso tenore sono le valutazioni del direttore del Carnegie Center a Mosca, il russo Dmitri Trenin, sempre comprensibilmente prudente ma questa volta alquanto esplicito nel criticare la politica estera di Putin. Egli afferma che “pur essendosi distanziata politicamente dall’Europa moderna, la Russia, non più egemone né leader mondiale, non deve voltare le spalle all’Occidente, né considerare gli europei come una proiezione dell’America … Nazione tradizionalmente isolata, non appartenente all’Europa né all’Asia, non può considerarsi il centro dell’Eurasia né un ponte fra civiltà …né può puntare su un’alleanza anti-americana con la Cina…  La sua influenza è oggi limitata all’Abkhazia, all’Ossezia del Nord, alla regione ucraina del Donetsk e, forse, alla Transnistria”. Aggiungendo che “l’allargamento dell’Europa  costituisce una sfida, ma non minaccia la Russia che … non può lasciare irrisolti i conflitti armati protrattisi in Armenia, Azerbaigian, e Georgia … dovendo invece puntare sul potere ‘soft’ di cui il ‘mondo russo’ dispone, quale fenomeno culturale, linguistico e parzialmente religioso, piuttosto che mera entità geografica”.

    Che la Russia e il resto dell’Europa abbiano una buona volta a scoprirsi similmente parte di un continente che si è perso per strada?