• L’araba fenice e l’Italia

    All’Europa, che in questo dopoguerra li ha protetti e forgiati, gli Stati membri, non si sa bene se senescenti o adolescenti (probabilmente ambedue), hanno pigramente imputato le loro esitazioni, i loro ritardi, rispetto a un mondo in accelerata trasformazione. Istruttivo è pertanto che, contrariamente ai timori della vigilia, opinioni pubbliche disorientate si siano rivelate in larga maggioranza pro-europee, sia pure mediante aggregazioni inedite, che hanno sommerso l’eterogeneo fronte sovranista.

    Nella sopravvenuta irrilevanza degli schieramenti di destra e sinistra e con l’emersione di urgenze ‘ecologiche’ trasversali, nuovi schieramenti potranno pertanto rivelarsi utilmente riformatrici dei meccanismi di Bruxelles. Il che, nella ripresa del cammino comune, relegherà l’Italia, ancora e sempre in controtendenza, in un’ancor più evidente marginalità.

    Il ‘voler vivere insieme’ in cui Ernest Renan individuava l’essenza di una nazione si applica anche all’Europa che, ha scritto Ezio Mauro, va considerata “al contempo il prodotto, lo specchio e la garanzia” di ciò che siamo. Necessaria comunque per consentirci di affiancare gli altri aspiranti protagonisti del mondo che verrà, di pari proporzioni continentali, americani, russi, cinesi.

    In un mondo nel quale la competizione, in termini di strategie economiche e politiche, si è fatta incalzante, in cui le ideologie preconcette non significano più un gran che, l’Unione ed i suoi Stati membri devono ora dedicarsi a trovare le modalità per stimolarsi e sorreggersi a vicenda.  “Cambiare le politiche dell’Unione non significa smantellare bensì–come ha scritto il costituzionalista Andrea Manzella- completare le cose lasciate a metà, con il concorso delle forze che hanno cominciato e vogliono continuare il viaggio, escludendo quelle che vogliono sabotarlo”.

    L’impulso degli Stati fondatori si è paradossalmente diluito nell’allargamento a Ventotto, che avrebbe dovuto invece rappresentare la conferma dell’impresa comune. E’ dalle sollecitazioni esterne che l’Europa, araba fenice, ha sempre tratto in passato lo stimolo per progredire. Con la trazione dei più determinati.

    Nessun’altro paese più dell’Italia dovrebbe esserne consapevole, che dell’Europa si è finora maggiormente avvalsa per rimanere in piedi. Delle prospettive europee, continuiamo invece a farne una rachitica lettura in termini di politica interna, che ben scarsa efficacia avrà per l’affermazione delle nostre ragioni a Bruxelles.