• La terra di nessuno?

    Il cammino dell’unificazione europea è progredito a singhiozzo, non per una propria intrinseca energia, bensì sempre per le sollecitazioni provenienti da traumi esterni. La guerra a Suez nel ‘56, la ‘primavera di Praga’ del ’68, la guerra mediorientale corredata da crisi petrolifera del ’73, la caduta del Muro e l’implosione della Jugoslavia dal 1989, la crisi finanziaria del 2008, hanno tutte fornito di volta in volta lo scossone esterno necessario per scuotere il torpore degli europei e deciderli ad assumersi responsabilità condivise.

    Il ‘big-bang’ dell’allargamento e della riunificazione continentale era parso appagare lo scopo implicito del processo integrativo europeo. La crisi finanziaria del 2008 ha però evidenziato quanto l’aver messo un carro a Ventotto davanti ai buoi del necessario approfondimento dei meccanismi trainanti interni, istituzionali e decisionali, pur corrispondendo all’urgenza politica del momento, ne abbia inceppato l’orologeria.

    Privi del decisivo sostegno europeo che si aspettavano, le opinioni pubbliche, mal accudite dai loro governanti, hanno finito col riversare su Bruxelles colpe che vanno invece attribuite alle tante inadempienze dei singoli Stati membri. Siamo quindi in presenza di un diffuso rigurgito parricida nei confronti di quella che, per tanto tempo, diversamente per ogni Stato, è stata la nostra patria surrogata.

    Lo scenario è mutato, le minacce esterne si sono diversificate, diventando tutte transnazionali, richiedenti risposte comuni o quanto meno coordinate, invece che una profusione di atteggiamenti protezionistici, rinunciatari, tutt’altro che, come sarebbe necessario, catartici. Le consultazioni elettorali per rinnovare il Parlamento europeo non vanno pertanto affrontate come una singolar tenzone fra opposte schiere di sovranisti e federalisti.

    Senza renderci conto, apparentemente, che una tale polarizzazione non soltanto inopportuna, è anche infondata, giacché gli Stati si sono già riappropriati di molte delle loro prerogative decisionali. Con l’attribuzione all’Assemblea di Strasburgo di un diritto di co-decisione, con l’affermazione del principio di sussidiarietà (l’Europa non farà che quello che gli Stati constateranno di non poter fare autonomamente) e con l’ammissibilità di geometrie variabili (fra gli Stati che vorranno andare oltre), concessioni tutte che il Trattato di Lisbona ha accordato.

    In altre parole, con l’allargamento a Ventotto l’Europa, politicizzandosi, si è sostanzialmente sburocratizzata: il Consiglio europeo, intergovernativo, ha da tempo ripreso il sopravvento sulla Commissione, comunitaria; il Parlamento europeo ha acquistato, come auspicava Willy Brandt  che della ricomposizione continentale è stato l’artefice, “l’Assemblea costituente permanente dell’Europa”. Di tutta l’Europa a Ventotto (meno uno?), con il concorso e l’assenso dei vari delegati nazionali. Nel diretto coinvolgimento dei cittadini nazionali e dei loro partiti politici.

    Le strutture istituzionali dell’Unione non possono quindi essere considerate una camicia di forza, essendo invece diventate gli strumenti diversificati per ‘esserci’ o ‘chiamarsi fuori’ da specifiche iniziative. Come ha fatto il Regno Unito, restando fuori dall’Euro e da Schengen, e decidendo ora di andarsene. Nessuno ci impedisce di seguirne l’esempio. Lo vogliamo? Ce lo possiamo permettere?

    Spetterà semmai ai nostri rappresentanti a Strasburgo, democraticamente eletti, piuttosto che ai funzionari italiani inseriti nella macchina di Bruxelles, rendersi conto delle situazioni reali, e aprire gli occhi ad una nazione che ha perso la sua antica bussola.

    Un libro del 1976, del sempre compianto Domenico Bartoli, si intitolava “Gli italiani nella terra di nessuno: il potere democristiano e l’assedio comunista”. Da allora, gli schieramenti politici sono cambiati. Non il dilemma nazionale.