• La pagella: tutti rimandati

    La promessa di migliori propositi da affidare all’anno nuovo non può prescindere dalla pagella da attribuire a quello trascorso.

    In un mondo in transizione, passato dalle equazioni matematiche della Guerra fredda a quelle algebriche, piene di incognite e variabili, del presente, qualche comportamento irrituale, fuori dalle righe, potrebbe anche essere compreso. Nella misura però in cui fornisca gli stimoli per ritrovare una qualche più retta via, se non precisamente tracciata, almeno programmaticamente indicata; inserita cioè in una qualche prospettiva d’assieme.

    Le esternazioni dei grandi di questa terra, incredibile dictu!, continuano invece a non differire da quelle dei nostri attuali governanti, estemporanee, contraddittorie, prive di un disegno coerente. Con Trump, significativamente abbandonato dai suoi stessi pretoriani, si dissolve il perno del sistema internazionale di questo dopoguerra; lasciando interdetta la Russia, che nell’America si rispecchiava, mentre la Cina ne approfitta per allungare i propri tentacoli, nella soggezione se non l’introversione degli altri, Europa compresa. Con un’Inghilterra in istato confusionale, una Francia solitariamente velleitaria, una Germania appesantita, l’Italia, più che passiva, si dimostra rinunciataria.

    Ne risulta una sospensione dei rapporti internazionali, che non consente di guardare lontano, di programmare. Un’indeterminatezza delle rispettive intenzioni, che è fonte di imprevedibilità e pertanto di generalizzata insicurezza. Ognun per sé, quando la globalizzazione delle condizioni richiederebbe invece l’elaborazione quanto meno di un quadro di riferimento comune rispetto al quale posizionarsi, sia pur diversamente.

    In questa nostra epoca contrassegnata non soltanto dalle incertezze sul futuro, ma dalla stessa perdita dei valori di riferimento ai quali l’umanità si è affidata sin dai tempi della caverna di Platone, Milan Kundera raccomanda di ricorrere alla “saggezza dell’incertezza”, a un comportamento prudente e ponderato.  Prima di andarsene, Tony Judt aggiunse che “senza idealismo, la politica si riduce ad una forma di contabilità sociale, di amministrazione del quotidiano, di ricerca del consenso permanente, che non può condurre che alla fine di ogni forma di democrazia reale”.

    Un secolo fa, il fabiano Sidney Webb profetizzava: “il futuro appartiene alle grandi nazioni amministrative, dove i funzionari governano e la polizia mantiene l’ordine”. Putin e Xi si stanno adeguando. Gli altri stanno a guardare. Il Segretario alla Difesa americano, Generale Mattis, nella lettera di dimissioni appena resa pubblica, ha scritto a chiare lettere che ne va di quel liberalismo internazionale che l’Occidente, dopo averlo costruito, deve dimostrarsi in grado di difendere. Un compito del quale l’Europa avrebbe l’occasione di tornare finalmente ad ammantarsi.

    Buon Anno!

    (Sto per prendere il largo, per un sabbatico di quattro mesi. Nell’intento di disintossicarmi, Senza escludere di farmi vivo di tanto, se le circostanze mi costringeranno!)