• La stagnazione politica internazionale

    Un altro anno se ne va, senza che siano emersi segnali significativi sulla direzione che prenderà il cammino europeo, rimasto in sospeso, in attesa che a maggio si stacchi il tagliando delle elezioni parlamentari europee.

    Sullo sfondo, si proietta la Brexit. Inoltre, il ‘gruppo di Visegrad’ a Est e i ‘nuovi anseatici’ a Nord si dissociano da impegni condivisi; a Parigi, i ‘gilet gialli’ sfasciano nel disordine; la Germania cambia cavallo. Nella generale confusione, nel perenne suo clima elettorale, l’Italia si destreggia con i decimali. Nel frattempo, nel nostro vicinato, la Russia spadroneggia e la Cina, più subdolamente, si intrufola. E Trump vaneggia.

    Come se non bastasse, l’impegno multilaterale sul clima e quello sulle migrazioni vengono contestati persino da chi potrebbe avvantaggiarsene. Una situazione globale confusa che si sta però rivelando, tutto sommato, meno pericolosa del previsto. E’ come se, al pari di quel che accade in campo economico, dopo trent’anni di aspettative crescenti, ci trovassimo in presenza di una stagnazione anche politica.

    Ne risulta comunque chiaramente quanto non soltanto le cattive azioni, ma le stesse omissioni, ledano l’integrità del sistema internazionale. Nella generale introversione delle preoccupazioni dei singoli Stati, assediati dalle contestazioni di piazza ed elettorali, per l’asserito diffondersi di disuguaglianze sociali. Le stesse varie formule costituzionali, presidenziali in Francia, federali in Germania, feudali nel Regno Unito, assembleari in Italia, non  appaiono più in grado di metabolizzare le pulsioni delle masse. Di riflesso, l’azione internazionale ne risulta mortificata. Così come la classe media non costituisce più l’ascensore sociale, la stessa diplomazia appare afflitta dal venir meno della sua funzione di intermediazione.

    Da sempre priva di un proprio coerente e condiviso interesse nazionale, l’Italia ne soffre più degli altri. Fra i buoni propositi di fine anno, bisognerebbe pertanto includere quello di ritrovare la nostra collocazione fra le nazioni. Non disponendo più delle due rotaie, atlantica ed europea, lungo le quali si è mossa in questo dopoguerra, l’Italia non può perdere anche i punti di riferimento francese e tedesco che l’hanno finora sorretta all’interno di un’Unione il cui scopo primario è diventato quello di ricomporre il proprio originario nocciolo duro.