• Settant’anni, ma non li dimostrano…

    Vengono in questi giorni celebrati in pompa magna i settant’anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proclamata dall’Assemblea generale delle Nazione Unite alla fine del secondo conflitto mondiale come colonna portante dell’auspicato mondo migliore. Una dichiarazione di principi, promossa della vedova di Roosevelt, e alla quale significativamente non aderirono l’Unione Sovietica, l’Arabia Saudita, né l’Africa del Sud.

    Considerata come particolarmente innovatrici del diritto dei popoli, si trattò in realtà della riaffermazione di principi che l’Occidente aveva da tempo fatto propri: dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789,  passando per quella dei Diritti della Donna e della Cittadina, stilata due anni dopo da Olympe De Gouges (che verrà poco dopo ghigliottinata!), alle autodeterminazioni nazionali dell’Ottocento, fino alla stessa Carta delle Nazioni Unite che:

    -nella premessa, dichiara la decisone di “riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne; … promuovere il progresso sociale e un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà”;

    – all’art. 1, fra gli scopi istituzionali, menziona “il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”;

    -all’art. 13. b, fra le funzioni dell’Assemblea generale, cita la “promozione del rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”

    Nel 1966, infine, a complemento di quelli registrati nel 1948, e a seguito del processo di decolonizzazione che ne costituì una delle più rilevanti attuazioni, le Nazioni Unite approvarono due Convenzioni, rispettivamente sui Diritti civili e politici e su quelli economico-sociali.

    (Per inciso, bisogna anche ricordare che una ‘Dichiarazione Islamica dei Diritti dell’Uomo’ è stata proclamata presso l’UNESCO nel 1981 mentre, senza farvi riferimento, una ‘Dichiarazione su diritti umani dell’Islam’, fu approvata da una conferenza dei Ministri degli Esteri al Cairo nel 1990, statuendo peraltro la prevalenza della ‘sharia’).

    Alcuni continuano ad obiettare che la dichiarata universalità dei principi di settant’anni fa corrisponde ad una concezione prettamente occidentale, di matrice cristiana e poi illuminista, legata alle quattro libertà fondamentali sulla base delle quali l’America entrò in guerra. Ma non si può negare che due di esse, ‘negative’, dalla paura (l’insicurezza personale) e dal bisogno (la fame), non possono non essere considerate di portata universale; mentre semmai soltanto le altre due libertà, ‘positive’, di espressione e di religione, potrebbero essere considerate e applicate nel rispetto delle specifiche situazioni storico-sociali.

    Sorprende comunque che nelle nostre rievocazioni radiofoniche e giornalistiche di questi giorni, l’accento sia posto sulle asserite persistenti deficienze e ipocrisie occidentali. Con un’autoflagellazione che, andando a ripescare le nefandezze dello schiavismo e del colonialismo, colpevolizza nel suo insieme un capitalismo che sarebbe pervaso dalla brama del profitto e dall’indiscriminato culto del progresso, a scapito di una giustizia sociale astrattamente invocata.

    Sullo sfondo, sostanzialmente trascurate, rimangono le diffuse, sempre più gravi, violazioni altrui che, di persecuzione in genocidio, finiscono per turbare gli stessi rapporti internazionali nel momento in cui si tratta di ricomporne l’intero sistema, sminuendo conseguentemente la rilevanza degli interventi occidentali, disposti nei più evidenti gravi casi di crisi umanitarie. Che comportano d’altronde dei riflessi economici importanti, per l’incidenza che la mancata osservanza dei diritti umani finisce per avere in termini di costi del lavoro comparati, con la conseguente distorsione dei flussi commerciali.

    Nella concezione occidentale, la tutela dei diritti umani è diventata l’unità di misura dell’incastellatura internazionale. Rinunciare a pretenderne il rispetto per un malinteso, rinunciatario, relativismo, altro non è che il sintomo di un’indifferenza che si traduce in un grave, inconsapevole, autolesionismo.