• Alla deriva

    “Il nostro grande ideale, adesso, è la mediocrità –scriveva Max Aub nel 1956- Mai fummo tanto rasenti alla terra: essa ci inghiottirà senza lasciare alcuna traccia di noi”.
    Poi, provvidenzialmente, vennero i Trattati di Roma, che indicarono agli europei la strada da percorrere. Sospinti dagli Stati Uniti. Anticipando i tempi della globalizzazione. Dopo le tante sciagure e minacce del secolo scorso, dovremmo continuare a rallegrarcene. Quell’Europa salvifica c’è ancora, ma i cittadini degli Stati membri, le cui esistenze si sono gradatamente intrecciate, la vivono senza più accorgercene.
    Liberatasi dalle contrapposte ideologie, l’Europa si è alfine allargata. Se ne dovrebbe dedurre che, conseguentemente, la stessa sovranità nazionale, ormai, o è condivisa a livello continentale o non è. Per motivi socio-economici, piuttosto che politici, gli Stati membri si sono invece inopinatamente riappropriati delle loro presunte diverse identità, che non consentirebbero più le ‘convergenze parallele’ sinora percorse. Ridefinire gli scopi e le modalità dell’Unione è legittimo e doveroso. Criticarne frontalmente l’operato è invece un comportamento che va ben oltre l’autolesionismo. E’ come se l’autorevolezza di Bruxelles fosse travolta dalla medesima ondata eversiva che sta investendo gli Stati nazionali.
    Già due secoli fa, preveggente, Tocqueville segnalava l’emersione di due nazioni, l’America e la Russia, che avrebbero emarginato l’Europa, esautorandone la funzione propulsiva della Storia. Erettosi ad alfiere del rilancio dell’Unione, il francese Macron ha appena chiamato a raccolta i presunti grandi della terra per commemorare la fine della prima mattanza continentale (e globale); e continua a sollecitare l’affermarsi di un esercito comune che affermi una ‘sovranità europea’ e di un ‘dialogo esigente’ con la Russia. Sempre prudente, la Germania gli va dietro nel preservare il ‘nocciolo duro’ dell’Europa, mentre Trump, Putin, la stessa Brexit e, più subdolamente, la Cina, ne intralciano il cammino, sfruttandone le disfunzioni.
    Eppure, in questo post-Guerra fredda, il processo integrativo europeo dovrebbe potersi proporre come l’avanguardia di un diverso rapporto, collaborativo invece che antagonistico, fra le nazioni. Non tanto nel creare delle strutture sovranazionali, costrittive, delle quali molti sommariamente si lamentano, quanto nell’aprire gli spazi che danno valore aggiunto all’operato degli Stati membri e associati. In quella ‘unità nella diversità’ che era stata indicata come la caratteristica dell’impresa.
    In un modo globalizzato, la riemersione, a Ventotto, di una ‘Europa delle patrie’, a velocità differenziate, può considerarsi come fisiologica, tutt’altro che foriera di contraddizioni interne. Adatta quanto meno -sostiene il costituzionalista Cassese- a fornire la ‘ciambella di salvataggio’ nei momenti più critici. O almeno a fungere, psico-politicamente, da coperta di Linus. Che ne avverte atrocemente la mancanza quando gliela strappano di mano.
    Considerazioni elementari che sembrano sfuggire ai nostri attuali dirigenti. Che, mollati gli ormeggi, vanno alla deriva, improvvisando. Come dimostrano lo sterile corteggiamento della Russia, la Conferenza sulla Libia, disertata o abbandonata dagli interlocutori indispensabili.
    Con il contorno della visita di Stato del Presidente Mattarella in Svezia, il viaggio d’affari del Primo Ministro Conte a Doha, la puntata del Ministro dell’Interno Salvini in Ghana…