• ‘La Merica’: da mito a nazione normale…

    Le elezioni americane di medio-termine hanno dato qualche segno di riassestamento degli umori di quell’opinione pubblica, non ancora di una inversione di tendenza, in una nazione che appare, inverosimilmente, spaccata in due.
    Quella che, all’origine, della sua eccezionalità ideale e politica e poi, col tempo, della sua eterogeneità etnica, durante l’intero secolo scorso, ha fatto la sua bandiera (la “shining city on the hill”), si presenta oggi, apparentemente esausta, come una nazione non diversa dalle altre, afflitta dalle medesime pulsioni sovraniste e unilateraliste.
    Trump ha portato all’estremo quella tendenza al ripiegamento che il suo predecessore Obama aveva delineato in termini ben diversi, nell’intento di far crescere la consapevolezza, nell’intera nazione (“yes, we can”) e nella stessa comunità internazionale, degli adattamenti (“change”) resi necessari dalla sopravvenuta globalizzazione.
    L’avvenuta radicalizzazione fra due schieramenti politici in passato convergenti continuerà a trovare alimento nella grossolanità verbale del Presidente, intenzionato ad antagonizzare la scena nazionale e quella internazionale. Lacerando quelle norme di comportamento (“decency”) che caratterizzano le società anglosassoni, basate sul consenso e sulla ‘common law’ piuttosto che su precise costrizioni di diritto positivo. Lasciando il capo dell’esecutivo libero di licenziare e assumere chi gli pare, indisturbato, a seconda delle sue personali convenienze. Ai tempi di Nixon e di Clinton, era l’intera nazione ad indignarsene e a soffrirne; oggi, invece, è l’intera eccezionalità del ‘contratto sociale’ americano ad esserne travolta.
    Donde, paradossalmente, l’improponibilità di un ‘impeachment’ ad opera di un redivivo Partito Repubblicano, per la prioritaria necessità di ricostruire la compattezza di quel particolare tessuto politico, che Trump ha deliberatamente lacerato.
    Per non dire della situazione internazionale, palesemente interdetta dalla situazione inimmaginabile, difficilmente metabolizzabile, in cui si è ridotta la ‘pax americana’. Una situazione che lascia in mezzo al guado l’Europa, paradossalmente afflitta dai propri sovranismi proprio nel momento in cui dovrebbe più che mai riconoscersi multilaterale, per necessità se non più tanto per originaria vocazione.
    Privando in particolare l’Italia di quella sponda transatlantica di cui si è spesso avvalsa in passato per compensare le sue ricorrenti deficienze a Bruxelles. E che cerchiamo di compensare con goffi avvicinamenti al Cremlino! Squalificando in partenza ogni nostra iniziativa diplomatica: come la vicenda libica si è appena incaricata di dimostrare.