• L’irruzione delle masse

    Ovunque, anche se diversamente, siamo oggi tornati nell’era dei nazionalismi, in un’improvvisa regressione nel protezionismo, nell’unilateralismo, nell’autoritarismo, che, contraddicendo la globalizzazione, ne rappresentano l’istintiva, irrazionale reazione. Con la degenerazione del dialogo e dell’argomentazione politica, in una somma di soliloqui cacofonici. Frasi fatte, giudizi sommari, discussioni ’da bar’, nella scomparsa del dubbio che della nostra civiltà, dai tempi di Socrate, è stato parte integrante.
    Un’epidemia diffusa, che per l’Italia rischia però di diventare letale. La sguaiataggine viene rivolta ai nostri stessi vicini: accusare gli altri di malevolenza nei nostri confronti significa, se non altro, non renderci conto che non siamo i soli a dover fare i conti con l’elettorato. Quest’ultimo va correttamente informato ed indirizzato, non aizzato. Nella consapevolezza della necessità di mantenere una qualche continuità nei nostri comportamenti internazionali, Ad evitare che il ‘Governo del cambiamento’ si riveli controproducente nella tutela dei tanto sbandierati nostri interessi nazionali.
    Una storia antica, quella delle ‘masse’, che si fatica sempre ad amalgamare nell’impasto democratico. Aristotele, come Platone, sosteneva che “non conviene che il supremo potere sia presso la moltitudine poiché i molti, essendo generalmente poco virtuosi, agirebbero spesso ingiustamente”. Ma ammoniva che “d’altra parte, è ingiusto escludere la moltitudine da tutte le cariche e gli uffici, perché gli esclusi diventano nemici della società. I molti, uniti insieme e frammisti ai migliori, generalmente giovano alla società più che i soli migliori”.
    “We the people” è l’incipit della Costituzione americana del 1783, frutto della Dichiarazione di indipendenza del 1776, anticipatrice della Rivoluzione francese. Nulla a che vedere con il populismo che, un po’ dovunque, ne usurpa oggi le intenzioni. Lo stesso Tocqueville osservava che “la rivoluzione francese è la sola all’inizio della quale le diverse classi sociali hanno potuto dare separatamente una testimonianza autentica delle idee che avevano concepito e di manifestare i sentimenti che le animavano, prima che la stessa rivoluzione snaturasse e modificasse tali sentimenti e idee”.
    Alla fine del parimenti rivoluzionario Ottocento, Gustave le Bon, nel suo ‘Psicologia delle masse’, ammoniva che “quanto più l’affermazione è concisa, sprovvista di prove e di dimostrazioni, tanto maggiore è la sua autorità”. Nel secolo scorso, Ortega y Gasset, Lippmann, Canetti, Mosse, ne hanno analizzato le ragioni e le componenti. Profeticamente, Raymond Aron diceva che “il populismo si ha quando l’uomo comune esce dai gruppi organizzati”.
    “Il Ventesimo secolo –incalza oggi Marc Fumaroli- non è stato soltanto quello della tecnica e dell’organizzazione: è stato anche quello degli slogan che fanno marciare le masse. Lo slogan è l’idea fissa, astratta e breve, l’idea-idolo che rimane quando sono caduti in rovina gli edifici della saggezza nei quali l’umanità, premunendosi contro sé stessa, si è creata delle abitazioni vivibili e alla sua portata … Quando tali edifici sono crollati, sopravvive una parola priva di frase, un’idea corta, che coagula in massa degli individui informi e sparsi sopravvissuti alla loro casa dimenticata: non dà né senso né forma ai nuovi credenti, ma li sospinge assieme, a condividere il medesimo timore e il medesimo odio, nascondendo la loro nudità sotto uno scudo di assoluto”.
    Il ‘people power’, lo abbiamo visto, ha finito coll’abbattere il Muro di Berlino ed ha riempito le piazze in Turchia e nel mondo arabo, persino in Russia, in una spontanea ‘esportazione della democrazia’. Traducendosi però purtroppo nell’anticamera di un ritorno dell’autoritarismo al potere. Da sempre, l’era delle folle apre la strada a quella dei capipopolo. Con le conseguenze che sappiamo. Una volta, fu l’avvento del suffragio universale, oggi è quello della globalizzazione.
    Con l’esaurirsi delle contrapposte ideologie, sono gli slogan, sommari, ripetuti, ch fanno appello alle emozioni piuttosto che al ragionamento. In un mondo inedito come non mai, sostituiscono le idee, che dovrebbero invece sviscerarne la sopravvenuta complessità. Il semplicismo ha travolto il raziocinio. Se, secondo Descartes, ‘cogito ergo sum’, v’è da chiedersi se siamo ancora.
    Una situazione andata particolarmente fuori controllo in Italia. Meno che altrove ci possiamo permettere una tale deriva, privi come siamo di una precisa coscienza nazionale, da articolare e far valere nei confronti di interlocutori esterni sempre più esigenti. Continuiamo invece a fidare nella benevolenza altrui, pretendendola persino. Apparentemente ignari che lo ‘stellone’ che ci ha finora protetti non esiste più.