• Il parricidio

    Con l’avvicinarsi delle elezioni per il Parlamento europeo, non possiamo continuare a riversare i nostri mali sulle istituzioni brussellesi, né gettare quel bambino con l’acqua sporca che ha accumulato negli anni.
    Anni difficili, di crescita a Ventotto, di rallentamento economico, di incontrollata mobilità. In un ambiente internazionale molto diverso da quello che aveva ispirato i padri fondatori del processo di integrazione. Le circostanze internazionali sempre più inedite e complesse richiedono un rinnovato salto di intelligenza politica e di volontà pratica. Non la sguaiata riaffermazione di anacronistici istinti primari che, a Roma come a Budapest, ci allontanano dai principi fondanti dell’Europa.
    Il Parlamento di Strasburgo ha messo l’ungherese Orban in istato d’accusa, il Commissario Moscovici ha usato parole forti nei confronti di quanti si atteggiano a ‘piccoli Mussolini’, suscitando le scomposte reazioni dei relativi destinatari. Le conseguenze dell’ostracismo decretato nei confronti di Budapest, le avvisaglie rivolte all’Italia, non si riprodurranno in sede istituzionale, per l’impossibilità di raccogliere la necessaria unanimità in seno al Consiglio di natura intergovernativa. Ma ciò non significa che ben più gravi ripercussioni, politiche ed economiche, saranno scongiurate. Alla vigilia della scadenza del suo mandato, il ‘nostro’ Draghi, subito accusato di ‘leso patriottismo’, le ha formulate chiaramente.
    Nel suo ultimo, alquanto fiacco, discorso su ‘lo stato dell’Unione’, il Presidente della Commissione Juncker ha elencato i termini di riferimento essenziali, banali, ovvii, se non fossero annegati nelle tante cacofoniche pubbliche polemiche nei confronti di quel che è stato l’alveo nel quale siamo cresciuti. Un vero e proprio parricidio. La Commissione –ha detto- non può essere ritenuta responsabile del fatto che l’Europa non svolga il ruolo che le compete negli affari globali. Con enfasi forse eccessiva, ha affermato che “la situazione geopolitica fa sì che questa sia l’ora dell’Europa: il tempo della sovranità europea [termine caro a Macron] è arrivato”. Auspicando pertanto il ricorso alla maggioranza qualificata, necessaria per affrontare le decisioni che si impongono.
    Il che significa che bisogna ritrovare l’ispirazione originaria dell’impresa comune, fra coloro che ci stanno. Della Brexit, Cassese ha appena scritto: “invece di stare metà dentro e metà fuori, la Gran Bretagna starà metà fuori e metà dentro”. In un ritorno alla ‘Europa delle patrie’ di gollista memori, che si sta manifestando anche fra i paesi del ‘Gruppo di Visegrad’ di recente adesione all’Unione. Una adesione, appunto, non l’integrazione; da chi, ritrovata la propria indipendenza, ha enfatizzando la propria identità. Senza rendersi conto che, non di ‘sovranismi’ primordiali, ma soltanto di sovranità europea, si può ormai parlare.
    Nella provvisoria (?) assenza della stampella americana, all’Unione europea compete il compito di salvaguardare e riproporre le ragioni di un Occidente europeo e transatlantico, essenzialmente liberale. Tale è la sostanza delle prossime elezioni al Parlamento europeo.