• La perfida Gallia!

    L’inverosimile è accaduto: abbiamo dichiarato guerra (verbale) alla Francia!
    Ci siamo dissociati da quel rapporto, sempre competitivo ma essenziale, con la ‘sorella latina’, alla quale avremmo invece interesse ad associarci. Se non altro per rafforzare il peso della mentalità politica e degli interessi dei paesi mediterranei, rispetto all’impostazione, oggi prevalente, degli anglosassoni, nell’attuale fase di transizione e riforma dell’Unione europea.
    Che la struttura costituzionale francese sia più compatta di quella italiana, lo sappiamo. Che il nuovo Presidente francese si sia ammantato del vessillo europeo per sconfiggere il ‘sovranismo’ lepenista, gettando alle ortiche l’Europa delle patrie di marca gollista, è invece una rottura con il passato della quale tardiamo a prendere la misura.
    Attribuire a Parigi delle intenzioni perverse, a nostro danno, è una forzatura che dimostra il persistere del nostro cronico complesso di inferiorità, tramutatosi in vittimismo.
    L’intervento della Francia in Libia (con il Regno Unito, affiancati dagli USA), al pari dell’iniziativa diplomatica nei confronti della Russia in Ucraina (a fianco della Germania, cofirmatarie degli accordi di Minsk), del bombardamento delle postazioni chimiche siriane (assieme a Regno Unito e USA), va ricondotto alle responsabilità che le derivano dal suo status di membro permanente del Consiglio di Sicurezza.
    Iniziative che, invece di suscitare risentimenti, dovrebbero andare a potenziale beneficio dell’intera Europa, che dovrebbe associarvisi invece di dar luogo alle polemiche di coloro che stentano a tenere il passo, trincerandosi poi dietro a sommarie imputazioni di unilateralismo. Che indeboliscono l’influenza dell’Europa, a tutto danno di quella credibilità politica e maggior influenza che vorremmo esercitasse sulle questioni internazionali, quanto meno nel suo immediato vicinato. Dalla Russia fino alla Libia, appunto, dove le varie fazioni approfittano delle falle nello schieramento europeo.
    La sordità dei nostri interlocutori non può sorprenderci. Incapaci come ci dimostriamo di evitare che una perenne retorica a palesi fini elettorali soffochi l’analisi storico-strategica alla quale dovremmo concorrere, vagliando nel dettaglio i termini di riferimento delle questioni internazionali. Lasciando il nostro Ambasciatore a Tripoli in ostaggio agli eventi. Affermando pilatescamente che “è compito dei libici proteggere se stessi e trovare un accordo”.
    Che l’Italia si abbarbichi al riconoscimento di Tripoli ad opera dell’ONU fa parte dei nostri antichi riflessi condizionati, senza tradursi però in una specifica, articolata strategia politica o diplomatica. Che la Francia abbia ripetutamente preso l’iniziativa nel Mediterraneo, sin dai tempi di Sarkozy, non può d’altronde giustificare accuse di indebite interferenze in una presunta sfera di influenza italiana. Le sue mosse non possono essere tacciate di egoismo gallico, ma vanno invece valutate come elementi di un disegno strategico di più ampio respiro, a beneficio del sistema internazionale dalle molteplici componenti.
    Quale la Risoluzione n.1973 del 2011 che, con il concorso della Lega Araba e dell’Unione Africana, approvò l’intervento militare in Libia per tentare di contenere le conseguenze dell’avvenuto collasso di una già precaria coesione nazionale. Quali le due riunioni convocate da Macron, comprendenti sia Serraj che Haftar, dalle quali è emersa l’indicazione di una data elettorale di riferimento per le varie fazioni (alle quali contrapponiamo ora una nostra analoga, tardiva, iniziativa). Quale il collegamento francese con l’Egitto, in appoggio a Bengasi (un collegamento che l’Italia ha reciso, per la ‘questione Regeni’, ma anche perché sterilmente abbarbicata al governo internazionalmente riconosciuto di Serraj). Quale la presenza di Parigi nel Sahel, non per un istinto neo-coloniale, bensì per stabilizzare una regione dalla quale proviene buona parte dell’ondata immigratoria. Che, poi, la Total e l’ENI siano parimenti interessate alle risorse petrolifere libiche dovrebbe essere un motivo supplementare per collaborare. Invece di inventarci una rivalità esasperata, che compromette ogni possibile influenza politica e negoziale dell’intera Unione.
    Polemizzare, rinfacciandosi le responsabilità per quanto accaduto o sta accadendo, è infatti controproducente tanto per l’auspicata ricomposizione della Libia, quanto per l’altrettanto invocata coesione di una politica estera dell’Unione. Gli elementi essenziali per rimettere in carreggiata la gestione della crisi libica dovrebbero essere molteplici: l’ONU, a fini primari di legittimazione; l’UE per il coordinamento d’assieme; l’Italia e la Francia per fissare la terapia; gli Stati Uniti (e la Russia) come congiunta contro-assicurazione esterna; e l’Egitto come necessario collegamento con il mondo arabo. Ognuno a modo suo, ma in modo convergente.
    Ai ferri corti con la Merkel sulle questioni finanziarie, e ora con Macron sulla Libia, ambedue alle prese con i loro rispettivi elettorati, l’Italia si consola con l’appoggio formale ottenuto da Trump. Un antico riflesso condizionato nei momenti di difficoltà a Bruxelles. Che non può però più avere alcun senso pratico.
    Dell’Europa, in questo dopoguerra, l’Italia è stata artefice. Se ne sta oggi dissociando. Attribuendone la colpa ad altri.