• Il lamento dei sovranisti

    Il crollo del viadotto a Genova ho fornito al nostro ‘sovranista massimo’ l’ennesima occasione per imputare le conseguenze dell’inefficienza nazionale alle costrizioni finanziarie di Bruxelles. (Che ha subito risposto, puntualizzando che l’Italia ha beneficiato di ripetute deroghe senza avvalersene utilmente).
    Se la Grecia non fosse bastata, è ora il turno della Turchia di dimostrare quanto la pretesa assoluta sovranità decisionale abbia le gambe corte; quanto l’affermazione di presunte prerogative nazionali non valgano più a far breccia nella nuova realtà internazionale.
    Per quanto ci riguarda, l’appena pubblicato Rapporto dell’IAI (Istituto Affari Internazionali) afferma che “Servirebbe una strategia comunicativa che, con più onestà e trasparenza, si sforzasse di chiarire le regole e i vincoli con cui la nostra diplomazia deve fare i conti nei vari contesti internazionali in cui si trova ad operare … La tendenza a scaricare sull’Europa responsabilità prevalentemente o anche prettamente nazionali impedisce la formazione di una base di consenso nazionale sugli obiettivi da perseguire in ambito UE … L’Italia si trova ancora a misurarsi con uno storico problema reputazionale, legato alla difficoltà a rispettare in pieno concordati collettivamente. Un ritorno a comportamenti opportunistici o devianti del passato avrebbe un impatto pesantemente negativo sulla credibilità del Paese”.
    Vero però per noi purtroppo è che, come ammoniva Vico, “i governi devono essere conformi alla natura degli uomini governati … le cose fuori dal loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano”.
    Allora, che fare con un paese come il nostro, irriducibilmente adolescente, riluttante ad emanciparsi dalle cattive abitudini nelle quali si è per troppo tempo adagiato? La nostra raffazzonata nuova compagine governativa si dichiara “di cambiamento”, ma denota invece un immobilismo, una propensione alla conservazione dell’esistente, impantanandosi nei peggiori slogan. Che semplifica, confondendoli, i termini di riferimento essenziali.
    Anche da noi, la politica sembra aver perso quella finalità che la religione cristiana prima e l’illuminismo poi, avevano conferito all’Occidente. In quella ‘post-modernità’ che Lyotard aveva precisamente individuato e descritto mezzo secolo fa, caratterizzata dall’affollamento di attori sociali e nazionali, dotati di legittimazioni sempre parziali, fluide, reversibili. Molto meno che altrove, però, ci possiamo permettere una tale deriva, privi come siamo di una precisa coscienza nazionale, da articolare e far valere nei confronti di interlocutori, anche non statali, sempre più esigenti. Continuando a fidare nella benevolenza altrui, pretendendola persino. Uno ‘stellone’ che ci ha finora protetti, ma che non esiste più.
    Il tanto sbandierato interesse nazionale non può consistere che nel consolidamento dei nostri legami con l’Europa, non in un patetico ritorno all’anarchia. Per ricostruire l’ancor precario nostro ‘contratto sociale’, quello sì di rousseauiana memoria, premessa necessaria per renderci visibili e credibili.