• Rousseau europeista!

    Democrazia diretta e sovranismo sono diventate le parole d’ordine dell’Italia ‘del cambiamento’. Con audaci richiami alle origini della democrazia, che tirano in ballo persino Rousseau nel diffondere proclami e slogan degni di una rivoluzione che dimostriamo di non aver ancora assimilato. Il cui insegnamento scimmiottiamo infatti selettivamente, nell’eterna nostra genetica indifferenza al significato profondo delle parole.
    “Checché se ne se ne dica, oggi non vi sono più francesi, tedeschi, spagnoli o inglesi, vi sono soltanto europei”, diceva nel 1771 Jean-Jacques Rousseau nel suo impeto illuministico. Un anelito europeistico che il nostro Mazzini, Goethe e Victor Hugo avrebbero poi ripreso, per riproporlo nelle loro diverse battaglie per l’emancipazione dei popoli, nell’invocare una dilatazione dello ‘spazio pubblico’.
    I proclami e le frasi fatte delle quali l’improvvisato nostro governo si ammanta, e con i quali ritiene di poter acquistare maggior consenso popolare, contraddicono l’intero percorso che la Giovane Italia ha sinora compiuto. In una dimostrazione del nostro ritardo culturale, oltre che politico, e del distacco che ne consegue dalle aspirazioni (e frustrazioni) degli altri nostri partner europei, dai quali ci stiamo deliberatamente, arrogantemente, allontanando.
    Ci rivolgiamo a Washington (e a Mosca!) nel patetico tentativo di bilanciare l’asserita arroganza di Macron; al quale continuiamo a far appello per risolvere il problema immigratorio. Insistiamo sulla necessità di liberarci dei vincoli di bilancio che imputiamo alla Merkel, incuranti delle immediate ripercussioni sullo ‘spread’. Le nostre rivendicazioni e pretese ci isolano nel lago mediterraneo, invece di collegarci all’Europa transalpina.
    Una deriva improvvisa della quale la nostra opinione pubblica, nel nostro perenne clima pre-elettorale, non sembra preoccuparsi. Ignara, indifferente com’è al mondo in cui viviamo, fidando nella protezione e nelle connivenze delle nostre tante realtà locali.
    Che l’Italia vada in avanscoperta, in un incedere da sonnambuli, che non corrisponde né viene coordinata con gli altri membri della nostra famiglia, con uno spontaneismo adolescenziale, è da irresponsabili piuttosto che da audaci. Siamo diventati la più evidente esemplificazione di quei ‘bastardi di Voltaire’, il prodotto delle estreme letali conseguenze del ragionamento, che il canadese John Ralston Saul ha descritto in un suo saggio di venticinque anni fa.
    “La natura de’ popoli, diceva Vico, prima è cruda, di poi severa, quindi benigna, appresso dilicata, finalmente dissoluta”.
    Una china lungo la quale ci stiamo lasciando andare, precipitevolissimevolmente. Con un’arroganza pari soltanto alla nostra immaturità.