• Rileggere Pinocchio

    Per quanto ‘del cambiamento’, questo governo non sfugge all’eterno nostro bisogno di cercar rifugio a Washington ogni qualvolta ci troviamo in difficoltà in Europa. Il dilemma oggi è che ambedue i nostri referenti esterni, altrimenti affaccendati, non sanno più cosa farsene di noi. E il nostro peregrinare si fa patetico, supplice invece che propositivo.
    Parimenti illusorio è poi che il Premier Conte possa recuperarvi un maggior lustro personale, nell’ambito di una formazione governativa dove ognuno va per la propria strada. Grottesca appare la dichiarata intenzione di individuare una strategia comune su Libia, Russia, Iran, gasdotto azero, NATO, come contraltare al crescente partenariato franco-tedesco.
    A Washington, il nostro Presidente del Consiglio non potrà certo trovare un vento propizio alle nostre aspirazioni. Semmai, ben che vada, qualche ‘flatus vocis’, insufficiente a gonfiare le nostre vele di eterni aspiranti mediatori, tanto meno a consentirci la fiera navigazione in mare aperto cui aspirano i nostri nuovi governanti. Ne risulterà più probabilmente la conferma dello stallo nel quale siamo finiti, fra Scilla e Cariddi, fra le sirene di Bannon, emissario di Trump, e quelle di Putin, alleatisi nel corteggiare apertamente i sovranisti europei.
    Quindici anni fa, l’Ambasciatore e saggista Ludovico Incisa pubblicò un volumetto che rileggeva Pinocchio in chiave di politica italiana, proprio mentre, disorientati, gli osservatori stranieri paragonavano i governi italiani ad un autobus condotto dai Fratelli Marx. Un soprassalto di autocoscienza dovrebbe finalmente persuaderci della validità di tali caricature, alquanto aderenti alla realtà. Gonfiarci il petto, battere i pugni, rivendicare considerazione e rispetto, non possono compensare le nostre croniche deficienze programmatiche, interne ed internazionali.
    Ci fu un’epoca in cui, impegnati nelle difficili contorsioni di politica interna per la palla al piede di un consistente Partito Comunista, ai diplomatici veniva affidato il compito di gestire in proprio una politica estera il cui compito essenziale era di tapparne le falle. Una tale divisione dei compiti venne meno quando, anche altrove, la conduzione degli affari esteri venne avocata da Presidenti e Primi Ministri, al culmine politico di Stati che andavano riprendendo la consapevolezza dei loro rispettivi specifici interessi. Da noi, ciò corrispose all’emersione di un Craxi che si propose di emancipare la socialdemocrazia dall’egemonia del PCI. Sappiamo com’è andata a finire, per la mancata aggregazione della politica nazionale attorno ad obiettivi più coerentemente ridefiniti.
    Nemmeno Conte può pertanto presumere di presentarsi degnamente ai Vertici multilaterali del G7, della NATO, né bilateralmente all’Eliseo, alla Casa Bianca, fintanto che la nostra nazione continuerà a presentarsi nei suoi perenni precari equilibrismi.