• Le feluche d’oro

    Stretto fra una spesa pubblica esorbitante e la promessa di tagliare le tasse, anche questo governo, come i precedenti, è colto dalla facile tentazione di tagliare l’importo delle pensioni.
    Di mettere le mani, in altre parole, non sul reddito dei cittadini attivi, bensì di attingere a quello dei pensionati, un capitale che è già nella sua disponibilità. Contravvenendo alla norma costituzionale sulla non retroattività delle norme, e comunque all’impegno di restituire le somme trattenute man mano negli anni sugli stipendi corrisposti ai suoi servitori. Quanto di più allettante, e populisticamente vincente, che aggredire quei trattamenti di quiescenza che vengono demagogicamente definiti ‘d’oro’?
    Emblematicamente, vengono ancora una volta presi di mira quelli di una categoria visibilmente privilegiata, strapagata, anche perché poco utile e per natura scialacquatrice: quella dei cosiddetti ‘ambasciatori’, alias i quasi mille funzionari del Ministero degli Esteri sparsi ai quattro angoli del mondo. Collocati tutti, spregiativamente, nel mucchio degli ‘Ambasciatori’.
    Vorrei aggirare il mio ovvio conflitto di interessi, affrontando l’altro lato dell’equazione: argomentare cioè l’utilità di una professione che costituisce una funzione pubblica essenziale, per quanto da noi ignota e trascurata. Farlo sarebbe più facile se dimostrassimo una politica estera coerente ed efficiente, invece che continuare ad affidarci alle prese di posizione estemporanee, mutevoli e contradditorie, di questo o di quel ministro. Se fossimo consapevoli dei gravosi impegni, politici oltre che di bilancio, che la nostra partecipazione alla vita internazionale dovrebbe comportare. Se ci rendessimo conto di quanto la nostra diplomazia fa da anni per tappare le falle nella nostra navicella ed i ricorrenti strappi alla nostra immagine.
    All’origine, le presenze diplomatiche all’estero rispondevano all’esigenza di assistere l’estendersi dei rapporti commerciali, tutelando i connazionali coinvolti. Una funzione, quella consolare, che, specie nell’attuale situazione internazionale, rimane indispensabile. Ma il servizio ‘Viaggiare sicuri’, l’unico di cui l’opinione pubblica apprezzi l’utilità, non esaurisce le responsabilità dei funzionari della Farnesina, alla centrale e, tanto più, sparsi ai quattro angoli del mondo. Non soltanto nelle cruciali sedi di Parigi e Washington, con i cui governi, peraltro, i rapporti non sono sempre stati idilliaci, ma anche, forse soprattutto, a Tripoli, Baghdad e Kampala.
    Anni fa, nel congedarsi dalla ‘carriera’ per antonomasia, il nostro Roberto Ducci scrisse che, in Europa, avremmo potuto far a meno delle Ambasciate. In un’Europa finalmente unita, non però in quell’Unione ancora sulla carta che, faticando ad affermarsi, necessita invece più che mai dell’operato dei diplomatici. La palese persistente assenza di solidarietà che ne consegue rende ancor più essenziale l’impegno convergente degli Stati membri verso la tanto necessaria rielaborazione della politica estera occidentale.
    L’abito, dovremmo saperlo, non fa il monaco. La feluca non esiste più. Le apparenze ingannano. Le stesse retribuzioni dei diplomatici all’estero sono rigorosamente commisurate alle spese cui vanno incontro, dal punto di vista tanto professionale quanto famigliare. Andare a vedere per credere.
    Una vignetta del grande Altan sottolineò una volta la difficoltà di tenere alto nel mondo ‘il nomignolo dell’Italia’. Una fatica, quella della promozione e difesa dell’interesse nazionale, con la quale anche il nostro nuovo governo si trova quotidianamente alle prese.
    Con i suoi diplomatici sempre in prima linea.