• Il gioco degli specchi

    Che, per recuperare l’agognato status di superpotenza, la Russia di Putin non possa rivolgersi che all’America (non certo alla Cina), lo sapevamo da tempo. Sorprende invece che, per affermare la sua ‘America first’, Trump, dopo le due iconoclastiche tappe a Bruxelles e a Londra, abbia ritenuto opportuno, oltre che possibile, concederlo. Eppure tale è l’unico risultato del Vertice bilaterale svoltosi in una città che, nel 1975, con l’Atto finale della CSCE, aprì la strada per un ritorno della Russia in Europa. Un percorso che Putin ha rinnegato. Con i ben diversi auspici che ne conseguono.
    Spogliato, l’uno, dei suoi ‘satelliti’ e privatosi, l’altro, dei suoi alleati, il solitario colloquio (precluso ai rispettivi principali consiglieri, potenziali diretti testimoni) non poteva che rivelarsi evanescente, di mera facciata. Goffamente inespressivo, come hanno dimostrato le dichiarazioni dei due protagonisti. Privo di risultati, sia pure formali, di portata tale da incidere sull’assetto dei rapporti internazionali, come si converrebbe a due aspiranti superpotenze. Né si può ritenere che i principali problemi strategici del momento siano stati approfonditamente vagliati (Trump ne sarebbe stato incapace, Putin riluttante), e che alcunché di concreto sia stato detto al dichiarato scopo di riannodare i reciproci rapporti.
    Tale non era il proposito dell’incontro, né per l’uno né per l’altro, quanto piuttosto quello di esibirsi nelle rispettive vanità. A fini prevalentemente interni. Poco è stato dato in pasto alle opinioni pubbliche internazionali, molto alle rispettive tifoserie interne (pur con le smentite alle quali, il giorno dopo, Trump si è puntualmente lasciato andare).
    I Vertici estemporanei, privi di agenda, affidati all’improvvisazione, non possono condurre ad altro se non ad un gioco di specchi, nell’illusione che possano amplificarne l’immagine. Non è con affermazioni grandiloquenti che uno status si conquista, bensì con risultati che possano rivelarsi convincenti per gli astanti. Nel caso specifico, nessuno dei due attori ha potuto sostenere di aver individuato una qualche soluzione ai maggiori temi del momento. Nulla di rilevante è stato detto sull’Ucraina, la Crimea, le sanzioni, la Siria, l’Iran, il disarmo nucleare, né sulle interferenze elettorali, argomenti scacciati da ambedue come dei fastidiosi, irrilevanti, dettagli, che il restaurato reciproco rapporto non mancherà di risolvere. Nella ripetizione del mantra trumpiano, come dopo il suo incontro con il coreano Kim, che si è trattato di un “buon inizio”, o nell’affermazione putiniana che la guerra fredda può considerarsi finita.
    Gli idealisti, acriticamente ottimisti, potranno trarne la convinzione che si sia inaugurato un nuovo capitolo nella storia dell’umanità. Trascurando il fatto che l’antico rapporto bipolare non può più funzionare. I due compiaciuti sovrani sono ormai sempre più palesemente nudi. Il loro rispecchiarsi l’uno nell’altro può più soddisfare il loro ego, ma non più determinare il corso degli eventi, fintanto che non si impegneranno, assieme o separatamente, nel perseguimento di più ampie convergenze. Una prospettiva che, questa volta, Helsinki non ha purtroppo neanche socchiuso.
    Con buona pace degli ingenui, e dei numerosi ‘prezzolati’ da Mosca, che insistono perché, nonostante tutto, alla Russia venga riconosciuto il rango di ‘grande’. Come se avesse dimostrato di avere effettivamente qualcosa di nuovo da dire.