• Il ritorno del colonialismo (altrui)

    Gli inglesi sostengono che l’impero fu conquistato “in a fit of absentmindedness”, distrattamente, inconsapevolmente; nella scia della Compagnia delle Indie. Una circostanza che si sta riproponendo, sotto mentite spoglie, in un subdolo ricorso storico.

    Il Trattato di Tordesillas, nel 1494, delimitò la scoperta dell’America fra Portogallo e Spagna. Il Congresso di Berlino del 1878 tentò di disciplinare la conquista dell’Africa. La Lega delle Nazioni avviò il regime dei mandati internazionali per condurre certi territori all’autodeterminazione. La seconda Guerra mondiale inferse il colpo di grazia ai residui possedimenti coloniali. Dopo la costituzione del Movimento dei Non Allineati, l’affrettato, disordinato, processo di decolonizzazione degli anno Sessanta produsse una miriade di Stati che, strumentalizzati dalla Guerra fredda, andarono ad ingolfare i processi decisionali delle Nazioni Unite. Stati che, col tempo e con il venir meno dei rispettivi protettori, si rivelarono fragili, disfunzionali, ‘falliti’. Incapaci di provvedere alle più elementari funzioni statuali.

    Il pendolo invertì poi la sua corsa. Al ritiro americano dal Vietnam corrispose l’invasione russa dell’Afghanistan; al pasticcio dell’Irak, l’intervento russo in Siria. Con il corredo di guerre indirette, per procura. Ma anche con la moltiplicazione di interventi ‘umanitari’. Dagli intenti opposti, diversamente obiettabili: multilateralmente idealistici quelli americani, unilateralmente egemonici quelli russi. Situazioni diventate epidemiche dopo il venir meno del sistema bipolare, con l’intermittente beneplacito delle Nazioni Unite. Gli interventi internazionali, destinati nell’immediato a proteggere popolazioni sottoposte a ‘gravi e sistematiche violazioni’ dei loro diritti, dovrebbero servire a garantire l’integrità del sistema internazionale, in rapporto con la ‘responsabilità di proteggere’ che viene ormai attribuita agli Stati, come limitazione al loro diritto di sovranità.

    Un’alterazione dei rapporti interstatali corrispondente all’evoluzione di un mondo vagamente definito ‘post-moderno’, che rischia però di degenerare, per l’abuso che può esserne fatto. All’Occidente, ad esempio, Mosca imputa tanto l’intervento in Kosovo privo dell’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, che il veto russo bloccò; quanto quello in Libia, che venne invece autorizzato in virtù della sua astensione. Prendendone però poi esplicito pretesto per i suoi interventi in Ucraina, in Crimea, in Siria. Altrettanto dicasi del comportamento più surrettizio, ma parimenti lesivo del sistema internazionale, della Cina nei paesi dell’Africa e dell’Asia Centrale. Nei quali, abbandonando il suo millenario isolazionismo, ‘l’impero di mezzo’ si muove spregiudicatamente, corrompendone i governanti e costruendo infrastrutture che finiscono coll’indebitarli, asservendoli. Una infiltrazione, anche questa, che ricalca le orme del colonialismo.

    Le carte si stanno rimescolando, in un ritorno al passato. Con l’aggravante di pulizie etniche che distruggono antiche coabitazioni, e riaffermano ancora più antiche identità tribali. Sulle quali i pretendenti all’egemonia internazionale vanno riproponendosi, con le regole di ieri piuttosto che con quelle che sarebbero più adatte per preparare il futuro.

    Nell’apparente incoscienza di un’Europa introversa, che si macera in virulente polemiche intestine!